Gerhard Muhm è un prodotto esemplare dell'addestramento militare
tedesco. Durante la campagna d'Italia si meritò quattro decorazioni
al valore.
Nel dopoguerra fu il primo ufficiale tedesco a frequentare
la Scuola di Guerra italiana di Civitavecchia e ha ricoperto poi
importanti incarichi presso vari organismi della Nato in Italia e in Germania.
Abbandonato il servizio attivo per raggiunti limiti di età, insegna
Storia militare (campagna d'Italia) agli ufficiali della Scuola di Guerra
canadese e ha l'incarico di consulente storico-militare per l'Istituto
statunitense Dmsi (History Operation Research) di Fairfax.
Il curriculum del colonnello
Muhm è un esempio dell'addestramento dei giovani ufficiali in tempo
di guerra specialmente per quelli del '42, '43, '44.
Nato nel gennaio 1924, Gerhard
Muhm si arruolò volontario nel luglio 1942 nella Wehrmacht,
richiedendo preferibilmente la fanteria motorizzata. Ammesso nel 151°
reggimento di fanteria motorizzata di Kassel, trasformato dopo Stalingrado
in reggimento di Granatieri Corazzati, viene nominato ufficiale il 28
novembre 1943 a Breslau, presente alla cerimonia il "Fuhrer"
con i suoi comandanti supremi.
Il punto culminante dell'addestramento
di un allievo ufficiale in quegli anni consisteva nel cambio alternativo
tra periodo di addestramento e periodo di comando (possibilmente al fronte),
così per l'allievo ufficiale Muhm fu come segue: dal luglio '42
all'aprile '43 frequentò l'accademia militare a Budweis (Csr) incluso
l'addestramento per comandante di squadra. Dal settembre al novembre 1943
frequentò la scuola per granatieri corazzati a Konigsbruck (Dresda)
con l'addestramento per comandante di plotone. Nel febbraio/marzo '44
partecipa a un corso per comandante di compagnia alla scuola delle truppe
corazzate di Kramnitz (Postdam).
Nei tre periodi di accademia
riceve l'insegnamento di tattica a tutti i livelli incluso battaglione
e reggimento. I periodi come comandante di squadra sono da maggio ad agosto
1943 nella 5a compagnia del suo reggimento e più tardi nel l°
battaglione segue un periodo di comandante di plotone. Dal 21 maggio 1944
(contrattacco Amaseno/monte delle Fate durante la controffensiva
della 29a div. granatieri corazzati tra Terracina e Vallecorsa) fino al
18 aprile '45 (quando fu catturato dagli inglesi a nord di Argenta).
Muhm partecipò a tutte
le operazioni della 29a divisione come comandante della la compagnia del
1° batt. del 15° reggimento, compiendo sempre e ovunque il suo
dovere di ufficiale tedesco.
Ecco la sua testimonianza:
"Dal mio primo giorno di allievo
ufficiale m'è rimasto come un tuono nell'orecchio l'espressione
"Auftrag wiederholen!" ("Ripetere il compito", "Ripetere
l'incarico") con cui i nostri superiori volevano che noi ripetessimo
l'incarico che ci era stato assegnato per essere ben sicuri che noi avevamo
capito. E dicevamo sempre Auftrag (incarico) e non Befel (ordine).
E così è sempre
stato per tutta la campagna d'Italia. Io ho ricevuto sempre degli "Auftrag",
mai dei "Befehl". Lo stesso ho fatto con i miei subordinati
a cui ho impartito sempre degli "Auftrag" nel solco della "Auftragstaktík"
tradizionale dell'esercito tedesco".
La Auftragstaktik o tattica
del compito
"La concezione tattica seguita
dall'esercito tedesco era la "Tattica dell'incarico o compito"
(Auftragstaktik) in antitesi alla "Tattíca dell'ordine"
(Befehlstaktik) in uso presso altri eserciti. La differenza di concezione
e di esecuzione fra queste due tattiche è fondamentale: la prima
esalta l'intelligenza e le capacità del soldato, la seconda tende
a mortificarlo, rendendolo un passívo esecutore di ordini altrui.
Con la Auftragstaktik si ordina
una missione e si lascia all'esecutore libertà di esecuzione del
compito affidatogli, per cui egli si sente responsabile delle azioni che
gli dettano la sua intelligenza, la sua intraprendenza e le sue capacità.
Con la Befehlstaktik, invece
l'esecutore deve adempiere a un ordine impartitogli da altri, nel modo
ordinatogli da altri, senza che egli possa ricorrere al suo senso di iniziativa
e alla sua destrezza, sia nell'adeguarsí sia nello sfruttare le
varie situazioni. Quest'ultima concezione naturalmente più facile
da seguirsi, basandosi sulla pura disciplina mentre per adottare la Auftragstaktik
occorre che gli ufficiali, i sottufficiali e i soldati vengano addestrati
nelle scuole militari con continue esercitazioni.
Il generale von Gneisenau,
Capo di Stato Maggiore dell'esercito prussiano e già collaboratore
del generale Scharnhorst, introdusse nel 1813 una nuova tecnica di comando,
applicata anche dagli altri eserciti tedeschí dell'epoca. Tale
tecnica era contrassegnata dal fatto che l' "intenzione" veniva
formulata in modo trasparente e comprensibile, lasciando sempre spazio
all'iniziativa personale e alla libertà di azione.
Il maresciallo von Moltke, nelle sue concise ma classiche direttive alle
Armate nelle campagne di guerra del 1866 contro l'Austria e del 1870 contro
la Francia, aveva affermato sia per conoscenza che per esperienza come
l'applicazione pratica di questa tattica (Auftragstaktik) necessitasse
di uno straordinario e preciso addestramento di tutti i comandanti a ogni
livello.
Da allora nell'esercito tedesco
viene praticato questo tipo di addestramento per insegnare:
- un criterio unificato di
giudizio nel valutare le situazioni e nel prendere le conseguenti decisioni;
- l'ascensione da ogni rigido
schematismo e l'indipendenza di pensiero e di azione nel condurre il combattimento.
In questo modo l'autonomia
nello svolgere il compito ricevuto, unita all'addestramento sul come portarla
avanti, è diventata una caratteristica speciale e un punto di forza dell'esercito germanico. Un comandante nel
dirigere un combattimento, oltre che dimostrarsi coraggioso, era anche
in grado di riconoscere per tempo una situazione favorevole e sfruttarla:
cosa che in guerra non sempre viene fatta.
Scrive von Senger und Etterlin:
"I compiti operativi costringevano i comandanti a decisioni più
o meno autonome. Nelle esercitazioni gli ufficiali imparavano ad agire
di loro iniziativa e ad ambire le responsabilità ... Questo metodo
si limitava a dare soltanto le direttive più indispensabili per
l'esecuzione di un determinato incarico, per cui il comandante incaricato
poteva, entro certi limiti, scegliere liberamente i mezzi e le tattiche
che più gli convenivano.
Nella campagna d'Italia, l'esempio
più alto di Auftragstaktik è rappresentato dalle disposizioni
emanate dal Feldmaresciallo Kesselring il 7 giugno 1944 per la ritirata
a nord di Roma. Delle due Armate tedesche, la 14.a era stata duramente
provata dalla lotta, mentre la l0.a, che aveva combattuto sul fronte di
Cassino, si trovava sbilanciata troppo in avanti, sia nell'Appennino Centrale
sia sulla costa adriatica. Per riorganizzare la 14.a A. e far arretrare
in salvo la l0.a A., Kesselring diede questa Auftragstaktik, estesa sino
al livello di Divisione: "ritirarsi combattendo, immettere sulla
linea di combattimento dal retro e dai fianchi le riserve già in
marcia verso sud, chiudere gli spazi aperti fra le varie unità,
stringere saldamente i fianchi interni delle unità stesse ... questa
fase, però, non dovrà continuare fino alla Linea degli Appennini
(Gotica) ma, dopo il riordinamento delle Grandi Unità in crisi,
bisogna fermarsi e attestarsi sulle posizioni difensive, più a
sud possibile ciò avvenne sulla Linea Albert (Lago Trasimeno).
Uno degli esempi, per contro,
della differenza tra la tattica tedesca e la Befehlstaktik è dato
dal fallito sbarco alleato ad Anzio nel gennaio 1944. Il Gen. Lucas (Comandante
del corpo di spedizione), sbarcando, si attenne agli ordini ricevuti di
difendersi per evitare un'altra Salerno, piuttosto che puntare su Roma.
Se egli fosse stato un Generale tedesco, attenendosi alla Auftragstaktik
e sfruttando gli enormi vantaggi tattici e strategici fornitigli dalla
sorpresa, dalla mancanza di difese sulla via di Roma e dalla assoluta
superiorità di uomini e di mezzi, avrebbe conquistato la città
eterna e colpito alle spalle l'intero schieramento difensivo tedesco di
Cassino.
I punti base dell'addestramento
di un ufficiale tedesco alla condotta di un combattimento secondo la Auftragstaktík
sono stati concisamente riepilogati da Muller-Hillebrandt, partendo dall'assioma
di von Moltke che ogni piano ideato da noi sul campo di battaglia si scontra
con il volere indipendente e raramente conosciuto del nemico per cui si
crea un'atmosfera di insicurezza nella consapevolezza che la situazione
militare si evolve e cambia quasi di continuo.
Quando le nostre volontà
si incontrano con la realtà delle cose si creano delle frizioni
dovute ai numerosi casi imponderabili che aumentano per gli scontri con
il nemico aumentando l'insicurezza e togliendo ai comandanti qualsiasi
possibilità di calcolare in anticipo lo sviluppo dei combattimenti.
Anche applicando tutti i mezzi più accurati possibili per conoscere
la situazione reale, le intenzioni del nemico e gli sviluppi delle nostre
decisioni sul terreno, rimarrà sempre una certa insicurezza che
ufficiali e sottufficiali dovranno affrontare con la loro volontà
e con la loro intelligenza.
In queste situazioni, impossibili da prevedersi, si possono trovare sia
il Comandante Supremo del fronte, sia un comandante di battaglione sia
un piccolo comandante di squadra. Ogni comandante di unità combattente
deve avere l'autorità e la capacità di variare di continuo
le idee sulla situazione tenendo conto sia delle intenzioni e delle possibilità
del nemico sia delle sue stesse possibilità. La sua volontà
nell'agire deve essere diretta dal compito che gli è stato assegnato
e dalle possibilità dei suoi uomini.
A chi riceve un compito deve
essere dato il tempo necessario per eseguirlo. Quanto più è
alta la posizione di chi riceve il compito tanto più tempo deve
essergli concesso per la sua esecuzione perché le situazioni cambiano
di continuo e richiedono il tempo adeguato.
Un subordinato non ha piacere di eseguire un ordine rigido. Solo la sua
volonterosa collaborazione nel quadro e nella visione di un compito superiore
rende possibile superare le difficoltà più gravi di un esercito
moderno e ottenere i risultati ottimali.
Un incarico può - se
necessario - essere dato come ordine.
L'impiego dei migliori mezzi
tecnici è una norma indiscussa.
Ho già accennato alle
classiche direttive del maresciallo von Moltke per l'addestramento degli
ufficiali. Riporto ora le parole del generale von Senger:
"Nell'Esercito tedesco
i quadri di ogni rango erano ben addestrati al comando. C'era una lunga
tradizione. Lo stato maggiore tedesco era senz'altro superiore a tutti
gli altri stati maggiori per quanto riguardava la rapida e precisa valutazione
delle situazioni, le decisioni, che non si prestavano a dubbie interpretazioni,
e gli ordini, che venivano espressi con concisa chiarezza. Tutti gli ufficiali
erano sottoposti a un continuo addestramento grazie alle esercitazioni
sul terreno e con i quadri, e ai viaggi a scopo didattico, in maniera
da acquistare una perfetta padronanza dei problemi che avrebbero dovuto
affrontare un giorno. I compiti operativi erano sempre concepiti in maniera
tale da costringere il comandante interessato a decisioni più o
meno autonome- A questo scopo le esercitazioni in tempo di pace prevedevano
spesso situazioni un tantino «forzate»: alla comparsa di un
«nuovo nemico», il tema prevedeva un'interruzione dei collegamenti
o cose simili, A che in realtà era spesso accaduto".
La libertà nell'esecuzíone
di un compito assegnato e l'addestramento all'iniziativa personale diventeranno
A segno speciale e la forza dell'esercito tedesco. Quanto più l'addestramento
e l'istruzione dei comandanti a tutti i livelli progrediva verso la Auftragstaktik,
tanto più la truppa si sentiva sicura nell'esecuzione rapida ed
elastica dei suoi compiti di combattimento.
I comandanti superiori potevano
contare sul coraggio nell'esecuzione dei compiti e il vantaggio della
posizione poteva essere sfruttato dai comandanti inferiori, cosa che si
presenta spesso sui campi di battaglia ma che non viene adeguatamente
riconosciuta e messa a profitto. E infine era possibile ridurre A nemico
al proprio volere. In breve, oltre alle forze materiali ci si poteva assicurare
molte premesse per un futuro successo.
L'unità della condotta dei comandanti - che non conoscevano l'esistenza
di Comandi speciali - e la libertà di decisione davano a essi la
possibilità di agire di propria iniziativa nell'eseguire il compito
loro assegnato.
Anche se negli Alti Comandi
questi concetti base della Auftragstaktik non venivano più applicati,
per la mia esperienza posso dire che nell'esercito tali concetti restavano
il pilastro della condotta dei combattimenti.
Per generazioni si è
lavorato per migliorare questi concetti e per addestrare gli uomni sul
terreno - anche dopo il 1918 e dopo il 1935. Questo lavoro ha dato i suoi
frutti nelle campagne del 1939, 1940 e 1941, nei Balcaní e nell'Africa
del nord, e impostava la condotta della guerra contro l'Unione Sovietica,
una campagna che ha pesato molto sul nostro destino ma che ha dimostrato
anche le alte possibilità della Auftragstaktik a tutti i livelli
in una misura non più raggiunta con capacità, esperienza
e senso del dovere. Gli Alti Comandi scesero in campo con fiducia in sé
stessi, anche se numericamente il nemico era molto superiore.
Quali furono gli ammaestramenti
o le conferme tattico-strategiche della campagna d'Italia? E generale
von Senger ha esaminato profondamente questi aspetti sintetizzandoli magistralmente
in osservazioni che la mia esperienza approva totalmente come base di
addestramento alla Auftragstaktik dei tempi moderni - o almeno della 2a
Guerra Mondiale, dato per assodato che nessuna guerra assomiglia alla
precedente.
La sua prima osservazione riguarda
lo sfruttamento del successo:
"La legge della guerra
esige che l'inseguimento non abbia sosta, che esso continui fino «all'ultimo
respiro dell'uomo e del cavallo». Ciò comporta attacchi notturni,
marce forzate di giorno e di notte, senza soste, per mantenere il contatto
con il nemico. Le distruzioni effettuate dall'avversario in ritirata rendono
sempre più difficile l'afflusso dei rifornimenti. Infine, la crescente
scarsità di carburante costringe l'inseguitore ad affidare l'inseguimento
alla cavalleria, meno vincolata ai rifornimenti, che è bensì
più mobile nel terreno vario, ma in compenso anche meno efficace
in combattimento".
Questa legge di guerra non
è mai stata applicata dagli alleati durante la campagna d'Italia.
Le divisioni corazzate, organizzate
in origine solo come formazioni d'attacco, erano diventate le migliori
formazioni di difesa. La difesa moderna viene sempre organizzata entro
determinati spazi e zone, e non segue un andamento lineare- Ma la difesa
mobile richiede la presenza di formazioni mobili, cioè motorizzate.
Solo riserve motorizzate possono spostarsi rapidamente da un'ala a un'altra,
o essere scagliate dal retroterra nella zona di combattimento. Solo le
fanterie di queste divisioni sono abituate alla lotta a fianco dei carri
che ne fanno organicamente parte. Solo retroguardie costituite da formazioni
corazzate possono tenere fino all'ultimo momento posizioni molto avanzate
perché hanno la facoltà di sganciarsi rapidamente e di sorpresa
dall'avversario.
Dal novembre '43 al giugno
'44 combatterono in Italia 6 divisioni mobili (la 3a Panzer Grenadieren
o Granatieri Corazzati, la 29a Pz. Gren, la 15a Pz. Gren., la 90a Pz.
Gren., la 26a corazzata e la divisione di paracadutisti corazzati "Hermann
Goering"). Poi rimasero soltanto 3 divisioni mobili, la 26a, la 90a
e la 29a a cui si aggiunse per il periodo dal giugno all'ottobre '44 la
16a divisione SS di granatieri corazzati. Tutte le altre divisioni tedesche
in Italia erano divisioni di fanteria il cui sistema di difesa mobile
era affidato alla capacità dei rispettivi comandanti. Si veda l'esempio
della 362 a divisione di fanteria, un'unità povera con Inorganico
di 6 battaglioni di 250 uomini ciascuno a cui era stato affidato il compito
di logorare le divisioni americane davanti a Bologna. Il generale Greiner
adottò il sistema della "Zentimeter Krieg" ("guerra
del centimetro") all'insegna del "perdere il terreno ma non
perdere le truppe", arroccandosi su successive linee di difesa, 14
in tutto. Egli rese note alle truppe queste linee di difesa in modo di
facilitare l'occupazione e organizzazione delle linee stesse; eseguì
i movimenti di truppe necessari anche di giorno, sfidando l'aviazione
alleata, approfittando del vantaggio del terreno montagnoso; poiché
i contrattacchi portavano grandi perdite egli ordinò che l'occupazione
delle posizioni di sbarramento era più importante dei contrattacchi;
impiegò la Flak (Artiglieria contraerea) nei combattimenti terrestri,
i cannoni da 88 mm. contro i carri armati, le mitragliere quadruple da
20 mm. contro le fanterie. Il successo difensivo della divisione venne
facilitato dalla tattica degli americani che non fecero quasi mai attacchi
notturni, dando così ai tedeschi la possibilità di riorganizzarsi
durante la notte. Alla fine le perdite della divisione dal 19 settembre
al 20 ottobre '44 furono alte, 420 caduti di cui 12 ufficiali, 1.614 i
feriti, 603 i malati, 1.362 i dispersi, ma lo scopo era stato raggiunto.
La scarsità di informazioni
sul nemico fu un handicap notevole per i comandanti tedeschi ai vari livelli.
Scrive von Senger:
"Dell'avversario sapevamo
poco. Il capo dell'ufficio informazioni veniva tenuto al corrente sulla
situazione dal comando d'armata che, in genere, sapeva quali divisioni
avevamo di fronte Direttamente non riuscivano a raccogliere praticamente
alcuna informazione sull'avversario o quasi. Soltanto occasionalmente
facevamo qualche prigioniero che veniva interrogato al comando del corpo
prima di essere inoltrato al comando d'armata.
L'avversario sapeva invece che non eravamo in grado di attaccare. Aveva
la possibilità di sguarnire completamente determinati tratti del
fronte per creare punti di forza (Schwerpunkt) e scaglionarsi in profondità
nei punti in cui intendeva attaccare. Poteva dare il cambio ai suoi battaglioni
e riportare al pieno organico nelle retrovie i reparti erano sempre ben
riposati per il primo attacco.
Oggi sappiamo, anche grazie
alle fonti dell'avversario di allora, che gli errori tattici commessi
da quest'ultimo ci facilitarono il compito, errori che noi avevamo imparato
a evitare, seppure in altra maniera, dopo Stalingrado. Al lento ritmo
del primo attacco scatenato dalla fanteria corrispose la titubanza nel
far affluire rincalzi là dove sarebbero stati necessari per alimentare
l'attacco".
Il mancato sfruttamento del
successo fu infatti una costante della tattica alleata, come ha rilevato
anche Montemaggi citando l'incredibile lentezza dell'avanzata nemica,
il rovinoso sbarco di Anzio/Nettuno, A monotono dissanguarsi a Cassino,
il mancato accerchiamento di Valmontone, il mancato sfruttamento della
vittoria nell'inseguimento nell'Italia centrale, A mancato sfondamento
del fronte appenninico in Toscana. "Se avessi i loro mezzi conquisterei
l'Italia in una settimana" - diceva Kesselring, educato alla Auftragstaktik.
Concludo con alcune osservazioni
sul morale delle truppe e l'importanza che il valore di un comandante
ha su di esse. Von Senger elogia la mia divisione, la 29a di granatieri
corazzati, una delle nostre migliori divisioni, dice del nostro generale
Fries (che ne tenne il comando fino al 31 agosto '44) "che aveva
l'abitudine di valutare obiettivamente le situazioni, di restare aderente
alla realtà, di esercitare la sua azione di comando in maniera
pacata e di non ambire allori personali: voleva bene ai suoi soldati e
poteva perciò contare su di essi in ogni occasione. Tutti avevano
fiducia in lui".
E' tutto esatto. Anche se veniva
da noi chiamato familiarmente "Der letzte Preusse" ("L'ultimo
Prussiano") egli ci dava sempre l'esempio di un soldato combattente;
arrivava inaspettato in prima linea, al posto di comando di qualche comandante
di compagnia aiutando così noi, comandanti a basso livello, a tener
alto A morale dei nostri combattenti di prima linea.
Von Senger ha fatto un'altra
profonda osservazione sul morale dei soldati in Italia, parlando della
3 a divisione Granatieri Corazzati, la più esposta alla pressione
del nemico nella prima metà del '44. Egli ricevette l'impressione
che anche il morale delle truppe fosse scosso dai numerosi rovesci e dai
continui ripiegamenti. Né la cosa poteva meravigliare perché
per quanto i soldati credessero alla propaganda e fossero fedeli a Hitler,
a un certo punto dovevano pur rendersi conto che i continui insuccessi
non potevano portare alla vittoria.
Certo, io sono stato sempre
convinto che se noi abbiamo combattuto fino all'ultimo, lo abbiamo fatto
perché abbiamo sempre combattuto per il compagno (Kamerad) di destra,
a fianco di quello di sinistra, o forse per 2 nostro comandante diretto
che stimavamo o forse perché abbiamo creduto di combattere per
A nostro onore, compiendo il nostro dovere di soldati fino all'ultimo
giorno. Nel 1944/45 era molto difficile convincere A soldato di prima
linea a combattere ancora per Hitler o anche per la Germania. Abbiamo
anche cantato canzoni satiriche contro Hitler, canzoni che rafforzavano
il nostro spirito combattivo e che nessuno ci contestava perché
non si contesta il soldato di prima linea, il cosiddetto front-soldat.
Da Valmontone all'Arno
Nella campagna d'Italia Kesselring
applicò magistralmente le prescrizioni della Auftragstaktik, scegliendo
con oculatezza i "punti di forza" (Schwerpunkt) ove concentrare
le sue forze in corrispondenza dei "punti di debolezza" del
nemico, quei settori cioè quasi vuoti di truppe o con forze deboli
impossibilitate a intervenire in tempo.
Potrei esaminare due esempi
classici di Schwerpunkt in Italia:
a) la difesa e chiusura dello
spazio vuoto fra la 10a e la 14a Armata tedesca nella ritirata da Roma
fino al monte Amiata;
b) la battaglia di Rimini con
la concentrazione di 10 divisioni in un unico settore di Corpo d'Armata.
Il mancato intrappolamento
delle truppe tedesche a Valmontone, a sud di Roma è un argomento
su cui non si finirà mai di discutere. Il punto di vista tedesco
è quello di von Tippelskirch, che comandò la 14a Armata
dal dicembre '44 al febbraio '45. La nostra situazione più pericolosa
avvenne a fine maggio dopo la rottura del fronte fra Velletri e Cisterna
in direzione di Valmontone. In questo momento decisivo lo stato maggiore
americano commise un errore dalle notevoli conseguenze: invece di concentrare
tutte le forze in un unico punto, ossia nella valle verso Artena/Valmontone,
dove c'erano solo i resti delle divisioni di Anzio/Nettuno, esso insiste
nel rafforzamento dei fianchi. Prima che lo sfondamento americano fosse
portato a termine arrivarono sul luogo le nostre divisioni "Hermann
Goering" e "29a Granatieri Corazzati" Con queste forze
la 14a Armata fu in grado, anche con una serie di contrattacchi, di impedire
sino al 30 maggio lo sfondamento decisivo verso Valmontone. Nella notte
fra il 30 e il 31 maggio le truppe americane, con 4 divisioni contro la
sola 29a riuscirono finalmente a determinare la rottura del fronte e a
prendere Valmontone il primo giugno.
In tutti i libri finora scritti
su questo argomento le cose non sono state raccontate così come
si svolsero. Personalmente posso testimoniare che nessuno ha rilevato
come la 29 a divisione di granatieri corazzati sia stata coinvolta pesantemente
in questa battaglia e che fu proprio lei a difendere fino all'ultimo il
settore di Valmontone dal 25 maggio al 2 giugno, nel settore da Velletri
(esclusa) ad Anagni (inclusa).
Nessuno di noi - e nemmeno,
credo, i nostri comandanti di divisione - aveva un'idea esatta delle enormi
forze alleate che ci stavano di fronteSolo molto tempo dopo la fine della
guerra ci siamo resi conto che la 29a aveva combattuto contro due interi
Corpi d'Armata, il II° americano e il Fec francese (French Expeditionary
Corps). Sulla linea Hitler dal 21 al 25 maggio il mio reggimento 15°
combatté da solo contro 6 reggimenti americani delle divisioni
85a e 88a Usa mentre l'altro nostro reggimento, il 71°, combatteva
contro le truppe coloniali francesi. Più tardi, sul fronte di Valmontone,
dal 25 maggio al 2 giugno la nostra divisione combatté contro 3
divisioni americane, la 3a, l'85a e l'88a e due divisioni francesi, la
2a marocchina e la 3a algerina. "Perché non avanzano? perché
sono così lenti?" - ci chiedevamo.
Sarebbe troppo lungo riepilogare
in queste pagine il nostro coinvolgimento nella lotta in cui intervenimmo
- oltre a tutto - troppo tardi quando la situazione era ormai divenuta
irreversibile. Basti dire che noi, in riserva nella zona di Bracciano,
fummo allertati troppo tardi e partimmo soltanto il 19 quando non era
più possibile tamponare la falla aperta dai francesi e allargata
dagli americani.
Il 22 maggio la mia compagnia
catturò il monte delle Fate a nord di Terracina, facendo prigionieri
alcuni ufficiali e una trentina di soldati americani che vi avevano creato
un posto di osservazione. Respinti alcuni contrattacchi dovemmo poi ritirarci
sotto la minaccia di essere accerchiati. Filtrammo di notte fra le truppe
nemiche ad Amaseno finché ci ricongiungemmo con i nostri camerati
a Prossedi. Da qui fummo trasportati nella zona di Velletri, (dove erano
sopraggiunti i primi reparti della divisione di paracadutisti corazzati
"Hermann Goering") che il nostro battaglione I/15, sottoposto
provvisoriamente alla "Goering", difendeva dagli attacchi dei
nemici provenienti dalla testa di ponte di Anzio, mentre il resto della
29a divisione difendeva il fronte meridionale contro i francesi e gli
americani.
La notte del 27 fummo trasferiti
sul fronte di Artena-Valmontone, ritornando agli ordini della nostra divisione.
La mia compagnia da sola difendeva un settore di 500 m. lungo la strada
da Artena a Valmontone. Il fronte del solo battaglione I/15 era di 2,5
km. che dovevano essere difesi dagli attacchi di 3 reggimenti nemici.
Perché gli americani non sfondarono? Forse perché attaccarono
sempre frontalmente e sempre nella stessa direzione.
Il 29 la lotta si spostò più a sud, attorno a Gorga, dove
il Comando concentrò 3 battaglioni, il mio, il III/15 e il II/8
della 3a divisione di granatieri corazzati. Così facendo, il fronte
di Artena-Valmontone rimase quasi sgombro di difensori essendo stati fatti
affluire in tutta fretta solo i resti di due battaglioni del reggimento
1060° della 362a divisione di fanteria. Non ho mai capito perché
il nostro Comando si fosse assunto questo rischio e perché gli
americani non abbiano approfittato dell'occasione. A Gorga facemmo un
contrattacco contro i marocchini poi ripiegammo su Colleferro-Valmontone,
ove la lotta durò fino al 2 giugno, e infine ci ritirammo a Subiaco
e a Tivoli.
Per la battaglia di Roma/Valmontone
gli alleati avevano concentrato forze enormi: 7 divisioni americane 2
divisioni inglesi, 4 divisioni coloniali francesi, un totale di 13 divisioni.
Personalmente ritengo che sarebbero bastate solo 2 o 3 divisioni per occupare
Roma. Le restanti 10 o 11 divisioni avrebbero potuto attaccare con tutte
le loro forze la l0a Armata che si ritirava lentamente (essendo composta
di divisioni di fanteria, di paracadutisti e di alpini) da Cassino verso
nord. Il successo era quasi sicuro.
Ma forse al Comando alleato,
non abituato alla Auftragstaktik, mancò il coraggio di impostare
una sì grande manovra di accerchiamento. Certamente lo Stato Maggiore
americano non seppe sfruttare il successo di Valmontone. D'altra parte
devo aggiungere che gli americani, anche ai livelli medio e bassi, non
hanno mai saputo sfruttare le situazioni favorevoli nei settori di loro
competenza. Dico ciò in base alla mia esperienza di difensore di
Valmontone, Gorga e Colleferro.
Von Tippelskirch rileva come
la 10a Armata si trovasse dopo Valmontone in una situazione di estremo
pericolo, non essendo stata in grado di sfruttare i sei giorni guadagnati
a Valmontone (25.5 al 1.6.44) per unire la sua ala destra all'ala sinistra
della 14a Armata. Qui gli alleati non hanno saputo sfruttare l'errore
commesso dal nostro Gruppo d'Armate.
Effettivamente dopo la caduta
di Roma si creò un enorme spazio vuoto fra la 14 a Armata sul fronte
tirrenico e la 10a Armata in ritirata al centro e sull'Adriatico. La 14a
Armata con poche divisioni (la 3a Granatieri Corazzati, la 4a Paracadutisti,
la 65a di fanteria e parte della 362a di fanteria), quasi tutte decimate,
era minacciata di accerchiamento e annientamento dagli americani, che
avanzavano a una media di 10 km. al giorno. La l0a Armata, in lenta ritirata
sulle poche strade disponibili, le difendeva il fianco sinistro con la
sola 15a divisione di Granatieri Corazzati ed era anch'essa in grave pericolo
di essere accerchiata e distrutta, tanto più che doveva raccogliere
i resti delle divisioni che avevano combattuto nel settore sud di Anzio
(715a divisione di fanteria e parte della 362a).
Per evitare qualsiasi aggiramento
e per portare le due Armate alla stessa altezza e per chiudere lo spazio
vuoto, Kesselring creò un "punto di forza" nella Valle
Tiberina, da Tivoli al lago Trasmeno, con sole 4 divisioni, la 26a Corazzata,
le 29a e 90a di Granatieri e la la Paracadutisti ("Schwerpunkt an
Tiber" dal 4 al 16 giugno '44). Per fare questo egli spostò
- con un'audace e magistrale conversione - il fronte dalla direzione sud
alla direzione ovest contro le truppe americane avanzanti lungo la costa.
I compiti stabiliti per questo
"Schwerpunkt" erano di assicurare l'ala destra della l0a Armata,
la sua ritirata e la difesa della "posizione di sbarramento fra Tivoli
e Acquapendente
Lago Trasimeno) con l'intero
XIV Corpo Corazzato. Con una manovra perfetta, tanto difficile quanto
poco conosciuta, le quattro divisioni si scavalcarono l'una con l'altra,
costruendo un nuovo fronte che collegava le due Armate.
La riuscita di questa manovra
ritardatrice di contenimento dell'avanzata alleata nell'Italia centrale
riscuote il plauso del generale Puddu, uno storico che dimostra di conoscere
bene l'esercito tedesco, tanto che sembra che le sue annotazioni siano
state scritte da un generale tedesco nelle sue "Memorie di guerra".
Dopo aver rilevato la gravità
della situazione tedesca egli aggiungeva:
"Inoltre, la soluzione
del problema operativo tedesco era complicata: dalla minima sicurezza
delle predisposizioni di difesa costiera, per la mancanza di adeguati
mezzi navali e aerei atti a impedire uno sbarco; dall'incapacità
della propria ricognizione aerea a dare notizie tempestive sulle intenzioni
e i movimenti del nemico, dalla difficoltà di assicurare i propri
rifornimenti stante il dominio aereo tenuto dagli alleati; dall'insufficienza
della rete stradale e ferroviaria e, infine, dalle difficoltà opposte
dalla natura montuosa del terreno".
Condivido le osservazioni del
generale Puddu. Abbiamo sofferto molto per l'incapacità del nostro
Servizio Informazioni. Per noi, in prima linea, era molto se si sapeva
che di fronte avevamo i marocchini, o i polacchi, o gli inglesi, o i canadesi,
o i gurkhas, ecc. Spesso abbiamo ricevuto l'ordine (e non il compito!)
di catturare prigionieri per dare notizie sui nemici che avevamo di fronte
ai nostri superiori Comandi reggimentali o divisionali!
Per i rifornimenti non sono
d'accordo con Puddu, però la mia esperienza non fa testo perché
la 29a era una divisione speciale, mobile a cui non sono mai mancati viveri,
vestiario, rimpiazzi di uomini e mezzi, panzerfaust anticarri, munizioni,
carburante, ecc. fino al 18 aprile '45 (quando fui catturato).
Puddu continua: "Tuttavia,
gran parte di queste difficoltà poterono essere superate durante
la prima e la seconda fase della battaglia mercè: la ferrea volontà
dei capi; la capacità degli Stati Maggiori; il valore delle truppe;
l'intenso addestramento, specie nei riguardi dell'azione corpo a corpo
e del combattimento negli abitati; l'intima cooperazione tra fanteria
e artiglieria; la graduale e oculata immissione dei nuovi reparti nel
combattimento, per cui, pattuglie di anziani ben orientate furono impiegate
per ambientare le truppe assegnate; l'intenso lavoro fatto nella zona
di combattimento per migliorare le posizioni occupate".
Per quanto riguarda la graduale
e oculata immissione in combattimento dei nuovi reparti posso confermare
integralmente le sue parole Il nostro sistema di immissione in prima linea
dei nuovi reparti e dei singoli ci ha fatto risparmiare molto sangue e
ha dato subito ai soldati una certa sicurezza nel combattimento. Nella
mia compagnia dal 19 maggio al 26 ottobre ho ricevuto 285 rimpiazzi, a
gruppi di 20, 40, 50, 70 per volta. Non li immettevo mai in prima fila
tutti insieme ma a piccoli gruppi di 5. Solo a Lastra a Signa, avendo
ricevuto un gruppo di 70 rimpiazzi dovetti metterli al fronte a gruppi
di 10 perché l'urgenza del tempo non mi permetteva di diluire troppo
il loro impiego.
Puddu dice ancora:
"L'azione ritardatríce
dei tedeschi fu resa possibile anche per le continue interruzioni di ponti,
per il minamento di estese zone di transito e per le distruzione di ogni
genere, che essi effettuarono con la loro tradizionale meticolosità.
Tuttavia, per quanto queste condizioni favorevoli abbiano potuto influire
nel facilitare l'azione del Comando tedesco, si deve convenire che il
superamento della crisi prima e l'ordinato ripiegamento poi, siano da
attribuire, in grado preminente all'abilità di detto Comando, che
freddamente valutò il pericolo e prontamente provvide a fronteggiarlo,
e allo spirito delle truppe che, pur subendo gravi perdite, mantennero
intatti la loro compagine e lo spirito aggressivo".
L'abilità del Comando
Supremo tedesco è riconosciuta anche dagli storici nemici che rilevano
la capacità dei comandanti tedeschi nel valutare esattamente tutti
i pericoli e di saper prendere le adeguate misure in breve tempo. In secondo
luogo essi riuscirono a mantenere unite e ordinate le loro compagnie conservandone
lo spirito combattivo malgrado le gravissúne perdite.
Queste osservazioni sono esatte
Noi obbedivamo a un ordine morale che non ci fu mai dato ma che abbiamo
sempre seguito: Meglio perdere il terreno, piuttosto che disgregare la
compagnia! E così abbiamo tenuto intatta la compagnia malgrado
i durissimi combattimenti, che ci sono costati perdite forti e fortissime
e che spesso hanno isolato una compagnia dalle altre.
Per dare un'idea della gravità
delle perdite nei 13 giorni dal 21.5 al 2.6.44 (battaglia di Roma) basta
menzionare le perdite dei 6 battaglioni della 29a: Battaglione I/15 n.
192 uomini(37%); battaglione II/15 n. 200 uomini (39%); battaglione III/15
n. 198 (38%); battaglione 1/71 n. 225 uomini (43%); battaglione II/71
n. 258 uomini (50%); battaglione III/71 n. 212 uomini (41%). In tutto
la 29a perse 2.066 uomini fra morti, feriti e dispersi (senza contare
i malati) di cui 1.591 granatieri, 247 esploratori, 145 artiglieri, 41
genieri, 21 addetti alle trasmissioni, 21 addetti ai servizi logistíci.
I caduti sono stati 268, i feriti 889, i dispersi 909.
Che cosa fu per noi, combattenti
di prima linea, la guerra in Italia? Non c'è che concordare con
quanto scrisse Nardini, tenendo presente che le condizioni della lotta
da lui descritte sono le stesse che il mio reggimento, reduce dalla dura
battaglia di Rimini e dai continui combattimenti a sud di Cesena contro
i canadesi e i gurkhas, ridotto a metà organico, affrontò
nell'ultima decade di ottobre quando si oppose alla 34a divisione di fanteria
americana nella valle dello Zena, a 15 km. da Bologna: Ogni singola casa,
ogni collina, ogni metro di terreno doveva essere tolto ai tedeschi con
gravissime perdite e nessuno degli americani si aspettava una rapida fine
di questa situazione. Appena avevano oltrepassato un fiume, ne veniva
un altro, appena era conquistata una collina o montagna un'altra si ergeva
davanti a loro, da cui venivano colpiti con bombe e granate. I carrarmati
si fermavano nel fango, gli aerei non potevano partire per le condizioni
del tempo. Quando poi si passò di colpo alla guerra di uomo contro
uomo gli americani parvero essere senza vigore.
I generali inglesi intendevano
annientare le truppe tedesche a sud della linea Pisa-Rimini (la Linea
Gotica, in senso lato) per poter poi avanzare oltre la strettoia di Lubiana
fino a Vienna ma il fallimento dei loro piani nell'inseguimento dopo Roma
pregiudicò sotto molti punti di vista i loro piani strategici riguardanti
l'Europa centrale (von Senger).
Il "punto di forza"
della Linea Gotica
Lo Schwerpunkt della Linea
Gotica potrebbe essere un classico esempio da insegnarsi nelle Scuole
di Guerra. Non sapendo dove su un così lungo fronte di 320 km.
gli Alleati avrebbero scatenato la loro offensiva, non sapendo se questa
sarebbe avvenuta in un unico settore o in settori diversi, al Comando
del Gruppo d'Armate non restava altro da fare che quello che fece: dislocare
le truppe secondo una formula matematica, 2/3 della forza (13 divisioni)
lungo il fronte 1/3 (7 divisioni) in riserva o difesa costiera.
Dopo che fu chiaro che dal
25 agosto solo l'8a Armata britannica portava avanti l'offensiva, il Gruppo
d'Armate spostava e trasferiva le 7 divisioni disponibili nel settore
adriatico creando due settori di lotta molto differenti:
a) un settore di 270 km. con
3 Corpi d'Armata e 10 divisioni con il vuoto alle spalle;
b) un settore di soli 50 km.
con un solo Corpo d'Armata, il XIV Corazzato, con 10 divisioni. Quest'ultimo
settore divenne lo Schwerpunkt di Kesselring.
19 trasferimento di 7 divisioni
nel settore adriatico dovette superare grandi difficoltà. A causa
del dominio aereo nemico le nostre divisioni potevano muoversi solo di
notte (circa 8 ore su 24!) per cui il trasferimento durò venti
giorni. Ma fu svolto in maniera eccellente e riuscì nel suo scopo
di fermare gli Alleati al Rubicone.
C'è da rilevare inoltre
che al successo dello Schwerpunkt adriatico contribuì la mancata
contemporaneità di un'offensiva nel settore di 270 km. Se gli Alleati
avessero attaccato contemporaneamente la Linea Gotica sarebbe crollata
perché i tedeschi non avevano altre riserve disporúbili.
Nella seconda fase poi, gli attacchi a tempi scaglionati prima verso Cesena,
poi sulla Firenze-Bologna, dettero al Comando del Gruppo d'Armate tedesco
la possibilità di spostare con calma le divisini dall'Adriatico
nei settori montani minacciati. Si crearono così nuovi Schwerpunkt
che riuscirono a logorare le divisioni alleate, in questo caso le 4 divisioni
americane, fermandole a 15 km. da Bologna.
Da prendere in considerazione
anche l'opinione di Puddu che l'attacco britannico in Romagna fu lanciato
su un fronte troppo stretto, per quanto scaglionato in profondità
il che rese possibile all'avversario di rafforzare al massimo le difese
e non si pensò a un attacco laterale di fianco con base di partenza
dalla Valle Tiberina. Così l'attacco iniziale, nonostante il valore
dei canadesi e dei polacchi, si assolse in una tipica battaglia di logoramento.
Un accenno particolare merita
l'organizzazione difensiva tedesca sulla Linea Gotica, che illustra chiaramente
i sistemi della difesa mobile. Per l'impossibilità di presidiare
l'intera linea con una densità sufficiente di forze e visti per
esperienza i limiti della continuità d'una linea difensiva, i tedeschi
sostituirono alla rigidità delle posizioni l'elasticità
di condotta, la flessibilità e la fluidità del dispositivo.
Acquistò allora valore decisivo la reattività a tutti i
livelli anche a scapito della densità degli schieramenti e si valorizzò
lo sfruttamento degli ostacoli naturali, in particolare dei corsi d'acqua,
come posizione di riferimento, di attestamento e di resistenza a oltranza.
L'adozione dei procedimenti di difesa mobile che tendevano alla paralisi
dell'attacco, più che all'annientamento delle forze che lo conducevano,
permise alle truppe tedesche di ottenere successi difensivi anche sui
terreni di pianura e collinari. Le unità germaniche ricorsero all'osservazione,
condotta da elementi leggeri ed estremamente mobili, al frenaggio, con
l'installazione di avamposti, e all'arresto dell'attacco alleato mediante
un sistema di caposaldi o di posizioni di sbarramento (Riegelstellung),
presidiati da plotoni o da compagnie disposte in profondità nel
settore difensivo.
I caposaldi o le posizioni
di sbarramento, potenziati da campi minati, erano in genere installati
nei pressi delle vie di comunicazione e sulle alture che le dominavano,
dietro un ostacolo naturale o artificiale importante (argini, canali)
che conveniva valorizzare o in una zona che consentiva la copertura o
la possibilità di sottrarsi all'osservazione aerea avversaria.
La condotta elastica della
difesa, attraverso le posizioni organizzate in profondità, prevedeva
l'esecuzione di immediati contrattacchi/contrassalti con riserve locali
tenute nei pressi della linea avanzata. Se questi contrassalti/contrattacchi
non avessero avuto successo, H Comando superiore avrebbe rinunciato alla
riconquista della precedente linea di difesa per risparmiare le forze
e, in tale caso, veniva costituita una linea di difesa principale più
indietro (tattica delle linee). L'esigenza di formare una riserva per
occupare la zona in profondità, portò i tedeschi a diluire
ulteriormente la linea principale di combattimento anche a prezzo del
suo indebolimento.
La profondità del dispositivo
di una divisione schierata a difesa era assicurata, a livello divisionale
dai battaglioni esploranti o controcarro e a livello reggimentale da una
compagnia d'assalto. Nelle divisioni di fanteria mancava il 3° battaglione
di ogni reggimento, eliminato a seguito della ristrutturazione organica
delle divisioni di fanteria, terminata nell'estate 1944.
Il dispositivo divisionale
poteva variare in caso di Schwerpunkt e in relazione al tipo di unità
(fanteria, granatieri corazzati, ecc.)
Inoltre, a seconda delle caratteristiche del terreno e della capacità
dei Comandantí di prevedere o meno dove l'avversario potesse attaccare
(anche in relazione ai metodi degli alleati) cambiava la disposizione
delle unità disposte in profondità.
Se dallo studio del terreno
emergevano limitate direzioni di possibile penetrazione avversaria, le
unità in riserva venivano schierate in posizioni di sbarramento
prepianificate (Riegelstellung) (o in caposaldi nel settore montano);
in caso contrario, queste erano dislocate a tergo in una zona più
o meno baricentrica, idonea per intervenire rapidamente in più
punti. Le prime erano posizioni preparate, occupate o predisposte, situate
immediatamente a tergo della linea avanzata oppure a una certa distanza.
Le Riegenstellngen consentivano alla truppa di ancorarsi a esse nell'eventualità
di una penetrazione nemica, di non coinvolgere nel ripiegamento i settori
di fronte contigui non investito dal nemico e di allacciarsi alla precedente
linea di resistenza. Tali posizioni, inoltre, potevano essere costituite
semplicemente da un allineamento sul quale un reparto avrebbe dovuto attestarsi
per bloccare una penetrazione avversaria non prevista, oppure rappresentare
una base dalla quale condurre i contrassalti/contrattacchi.
La scelta del tipo di difesa in profondità era responsabilità
dei Comandanti a tutti i livelli.
I caposaldi, realizzati principalmente nel tratto montano della Linea
Gotica, erano disposti in profondità sino a tre ordini successivi.
Le loro posizioni avanzate, invece di essere costituite da linee fisse
e continue erano tenute da gruppi di avamposti protetti da intricate linee
di fuoco difensivo. A tergo, attendevano in zone di riserva, opportunamente
protette, le forze di contrattacco. Frequenti erano le posizioni in contropendenza,
anche se noi della 29a non le abbiamo mai applicate.
La carenza di forze in alcuni
settori secondari montani, infine, costrinse i Comandi tedeschi a tenere
sguarniti interi tratti di fronte. Si vedano per esempio, le posizioni
della 305a divisione di fanteria nel settore forlivese Portico-Galeata
sulla Linea Verde (o Gotica) n. 2 ove il 576° reggimento doveva difendere
un settore largo 20 km. con soli 3 battaglioni per cui a difese in profondità
di 3 o 4 scaglioni, poste sulle strade, si alternavano ampi spazi vuoti,
senza un soldato, larghi fino a 6 km. (Difesa a settore largo). Si condusse
allora la cosiddetta difesa/offesa che consisteva in azioni aggressive
effettuate da unità di circa 30 uomini, le quali, spostandosi in
continuazione lungo tutto quel tratto di fronte non presidiato, attaccavano
le posizioni dell'avversario per mantenerlo costantemente sotto pressione
ingannandolo sulla reale consistenza della difesa.
Le battaglie dell'offensiva
della Linea Gotica sono, purtroppo, poco conosciute in Germania per il
semplice motivo che l'attenzione degli storici è stata attratta
dalle vicende belliche dei fronti a est e a ovest. Esse tuttavia costituiscono,
a detta di Kesselring, una pagina famosa nella storia militare della Germania,
una grande vittoria difensiva ammessa dallo stesso Churchill quando parla
di fallimento dell'offensiva di Alexander, che ebbe per gli alleati le
più gravi conseguenze sul futuro dell'Europa sud-orientale. In
esse rifulse la genialità tattica di Kesselring il quale contro
il volere di Hitler che non intendeva cedere al nemico un metro di terra
seppe adottare una difesa elastica che, approfittando degli errori nemici,
salverà l'esercito tedesco in Italia bloccando per ben sei mesi
l'avanzata degli strapotenti eserciti alleati.
Le fasi principali dell'Operazione
Olive (o battaglia di Rimini), prima fase dell'Offensiva di Alexander,
si possono identificare nella prima battaglia di Coriano, quando l'avanzata
dell'8a Armata britannica fu arrestata bruscamente davanti al crinale
corianese fra Riccione e Rimini, e nello sfondamento della Linea Gialla
(o Linea Rimini), quando gli attaccanti non seppero sfruttare il successo
dello sfondamento.
Il giudizio dei comandanti
tedeschi sulla conduzione alleata della 1a battaglia di Coriano, - scrive
Montemaggi - è improntato allo stupore per una simile condotta
tattica. Invece di puntare direttamente su Rimini con tutto il peso delle
loro forze corazzate, Alexander e Leese, il comandante dell'8a Armata
britannica, avevano disperso i loro mezzi sulle colline di Coriano, indebolendo
la forza d'attacco. Non sarà inopportuno rilevare che questo giudizio
dei comandanti tedeschi sull'Adriatico contrasta con quello di von Senger,
allora sul Tirreno, il quale attribuisce il fallimento dell'attacco alleato
non tanto all'errore tattico di Leese quanto al fatto che i mezzi corazzati
non erano più all'altezza delle mutate condizioni tattiche della
guerra.
Un giudizio sull'efficacia
dei carri armati nella battaglia di Rimini è difficile. Il terreno
lungo la costa e più all'interno si prestava al loro uso e noi
adoperammo i pochi nostri a regola d'arte. La nostra divisione era meno
che dimezzata e a 5 km. da Rimini sulla Montescudo-Rimini la via era sbarrata
solo dalla mia compagnia e dai 4 carri armati del sottotenente Hecht.
Un battaglione corazzato nemico avrebbe potuto sfondare agevolmente. Noi
ci chiedevamo perché non lo facessero.
E colonnello Horst Pretzell,
Capo Ufficio Operazioni della l~oa Armata, ~nefl'estate 1945 scrisse per
il Comando Supremo alleato le sue osservazioni:
"Fino a oggi non è
completamente chiaro, dal punto di vista tedesco, perché gli Alleati
non sfruttassero subito il successo dello sfondamento della Linea Gotica,
puntando direttamente su Rimini, senza curarsi dei fianchi. Allora i tedeschi
non avevano più riserve capaci di offrire una resistenza degna
di questo nome a uno sfondamento tanto inaspettato ... Durante il successivo
cono della battaglia (la battaglia di Coriano, n.d.r.) sarebbe stato forse
di maggior vantaggio per il potere dirompente dell'offensiva se ci fosse
stata una più marcata concentrazione delle forze sulle ali interne
dei Corpi d'Armata
attaccanti e se queste forze fossero state impiegate in un attacco concentrico
nel settore costiero (il settore canadese) più idoneo alle operazioni
dei tanks. L'ostinazione con cui le truppe del V Corpo d'Armata britannico
furono sprecate negli attacchi contro le alture di Germano e di Coriano
causò la dispersione di considerevoli forze dall'attacco principale.
Ne risultò che il cono dell'offensiva fu notevolmente ritardato".
Lo sfondamento della Linea
Gialla riminese e il mancato sfruttamento del successo da parte degli
alleati sono il momento culminante della battaglia di Rimini, in cui la
29a divisione ebbe una parte da protagonista contro il I Corpo d'Armata
canadese che era divenuto la punta di diamante dell'offensiva stessa.
L'attacco alleato fu preceduto da un "mostruoso" bombardamento
terrestre, aereo e navale. Scrivono i cronisti della 29a: Il nemico ha
impiegato una massa di uomini e mezzi finora sconosciuta nella guerra
in Italia. Mentre i bombardieri attaccavano le postazioni di artiglieria,
i cacciabombardieri erano permanentemente in cielo per attaccare qualsiasi
obiettivo, sia pure un singolo camion e talvolta un singolo soldato.
Ricordo quei bombardamenti
come un incubo. La mia compagnia era appostata in un campo presso il fiume
Ausa sotto quel fuoco tambureggiante (Trommelfeuer) nella notte fra il
16 e il 17. Furono tre ore di fuoco che sembrava non finissero mai. Con
questo sistema l'artiglieria nemica bloccava spesso i nostri rifornimenti
notturni. E non vorrei dimenticare che i caccia-bombardieri quasi regolarmente
attaccavano i nostri portaordini motociclisti come se sapessero che tutto
il nostro sistema di comunicazioni si basava su di loro.
Riprendono i cronisti della
29a: l'artiglieria nemica era molto superiore alla nostra. Le munizioni
a loro disposizione erano molte volte di più delle nostre. L'artiglieria
navale intervenne pure nelle battaglie terrestri con grande successo.
Effettivamente l'artigliería
nemica aveva a disposizione tutto quello che voleva e come gli pareva.
Quando fui fatto prigioniero, passando fra le loro batterie, vidi il loro
sistema. Arrivavano con i camion fino alle postazioni delle batterie,
i camion si affiancavano a ogni singolo pezzo d'artiglieria e le granate
passavano direttamente dal veicolo al cannone.
Dalle nostre posizioni parte
un rabbioso, devastante fuoco di difesa. I nostri mortai - che nella notte
dal 19 al 20 settembre sono stati riforniti con grande difficoltà
con una scorta di l. 000 granate - oppongono davanti alle nostre posizioni
un tale sbarramento di fuoco che il nemico attaccante perde la vista e
l'udito.
I mortai, sia quelli da 80
mm. che quelli da 120 mm., erano la nostra salvezza. Durante il giorno
la nostra artiglieria pesante da campagna non poteva intervenire con tiri
di controbatteria e di sbarramento per non esporsi ai caccia-bombardieri
nemici sempre in agguato dall'alto. I canadesi, nostri diretti avversari
nella battaglia di Rimini, asseriscono di aver molto sofferto per i tiri
della nostra artiglieria. Io ritengo che essi abbiano molto sofferto per
i nostri mortai e la nostra artiglieria di fanteria.
I mortai e l'artiglieria di
fanteria erano diventati la nostra artiglieria con il motto Hilf dir selbst,
dann hilf Gott (Aiutati che il Ciel t'aíuta"). Per questo,
sulla base della mia esperienza, io insegno alla scuola di Guerra canadese
che la fanteria per difendersi bene ha bisogno di mortai efficienti, di
cannoni da fanteria e di armi controcarro di qualsiasi tipo. La campagna
d'Italia insegna.
Adoperando un sistema messo
a punto nella la guerra mondiale proprio sul fronte italiano gli inglesi
a cominciare dalla notte del 18 settembre, e illuminano il campo di battaglia
con potenti proiettori. La prima volta verso le ore 22 gli abbaglianti
del nemico illuminano tutto il cielo puntando sia contro la prima linea
sia conttro le nubi - annotano i cronisti della 29a. - Questi abbaglianti
cercano di ostacolare l'osservazione verso il nemico, ma d'altra parte
sono d'aiuto per i nostri autisti dei servizi che si possono orientare
più rapidamente e non vengono più ostacolati dai crateri
delle granate. Ricordo bene che quell'illuminazione non era di nessun'ostacolo
all'osservazione. Anzi ci permetteva di vedere meglio il nemico e ciò
è anche dimostrato dal fatto che quando gli abbaglianti erano in
funzione il nemico non attaccava né noi, né i nostri movimenti
notturni.
Piuttosto era da incubo la
presenza della nebbia. E qui sottoscrivo interamente le parole di Nardini
che, pur riferendosi a Cassino, descrivono l'aspetto del campo di battaglia
riminese sotto gli incessanti bombardamenti aerei e i cannoneggiamenti
di terra e dal mare: Nebbia davanti agli avamposti, nebbia davanti al
nemico, nebbia davanti agli hotels, nebbia per prendere i feriti, nebbia
per portare le munizioni, nebbia, nebbia ... Il giorno non esisteva più;
c'erano solo due specie di notti, una giallognola, piena di nubi, che
non permetteva di vedere e prendeva alla gola, l'altra piena di lampi,
di sprazzi di luci, di raffiche di mitragliatrice, di rumori paurosi.
Era questo l'ambiente del nostro attacco sull'Ausa il 17 settembre e quello,
più tardi, dell'attraversamento dell'Uso, nei pressi di Santarcangelo.
Nella 2a battaglia di Coriano,
dove la 29a distrusse 46 carri nemici, i nostri fortilizi erano le case
su cui si basava la nostra difesa mobile. Usavamo le case o le loro rovine
per difenderci il più a lungo possibile: esse ci riparavano dal
fuoco di qualsiasi arma.
L'errore alleato di aver diretto
la carica decisiva della la divisione corazzata britannica contro il crinale
di Coriano invece che contro la piana dell'aeroporto riminese di Miramare
è rilevato anche dai cronisti della 29 a quando scrivono che il
pericolo maggiore era lungo la costa ove il terreno offriva al difensore
poche possibilità. Il nemico avrebbe potuto impiegare l'suoi carri
in massa e appoggiare la sua avanzata con l'urto dell~'aviazione e delle
artiglierie terrestri e navali. Un attacco di sfondamento avrebbe aggirato
le ultime postazioni difensive di Coriano e del colle di Covignano e avrebbe
permesso al nemico di attaccare le nostre difese sul fianco evitandogli
di autodistruggenti con i soliti attacchi frontali.
Questo conunento è stato
evidentemente ispirato dal generale Polack, che comandò la divisione
dal primo settembre, o dal generale Herr, che comandava il LXXVI Corpo
Corazzato, ma era anche il commento che facevamo noi sulla linea del fronte.
Infatti i soliti attacchi frontali, a Cassino e in altre zone permettevano
a noi di difenderci meglio e a loro di avanzare molto lentamente.
Il 19 settembre si scatenò
su tutto H fronte, da Rimini a S. Marino, l'attacco alleato preparato
da uno spaventoso bombardamento terrestre aereo e navale. Il punto centrale
della lotta fu l'ameno colle di Covignano, attaccato da due brigate canadesi
e difeso dai due reggimenti della 29a che nel centro del loro schieramento
a S. Fortunato avevano dovuto mettere i turcomanni della 162a divisione
di fanteria. Terrorizzati dai bombardamenti i turcomanni si arresero,
permettendo ai canadesi di sfondare l'ultima difesa tedesca prima della
pianura padana.
La mattina del 20 la divisione
resiste ancora in due isole a villa Battaglia (il nome Battaglia è
un errore del cartografo italiano: in realtà si tratta della villa
Battaglini/Bianchini) e a S. Lorenzo a Monte Tutto il settore attorno
era aperto all'attacco nemico. La divisione era alla fine delle sue forze
- scrivono i cronisti.
Ed ecco la novità,
che per altro non è una novità. Gli alleati vittoriosi non
sfruttano il successo. Per motivi inconcepibili il nemico si ferma e non
sfrutta con vigore questa sua opportunità. Forse gli fece impressione
la inaspettata e decisa resistenza di quei due piccoli centri isolati.
Ed è per merito di questi due gruppi di combattenti che la giornata
non finisce in una catastrofe. A un attacco di sfondamento, lanciato dal
nemico con tutte le sue forze, la divisione non avrebbe avuto più
nulla da opporgli.
La battaglia del Covignano,
nota nelle cronache alleate come la battaglia di S. Fortunato, è
un classico esempio di mancato sfruttamento del successo. Come tante altre
volte durante la campagna d'Italia il nemico ci ha dato il tempo di riorganizzarci
e di occupare nuove posizioni difensive e di prepararci a resistere a
un nuovo attacco. Un ufficiale tedesco, anche a livello di comandante
di compagnia, sapendo che il compito del reggimento era quello di raggiungere
il Marecchia non si sarebbe fermato davanti all'isolata resistenza di
S. Lorenzo a Monte ma avrebbe proseguito verso il fiume, per arrivarvi
prima del nemico in ritirata! Noi ci ritirammo in buon ordine, indisturbati,
occupando posizioni difensive intermedie, scavalcando un caposaldo dietro
l'altro, con un metodo provato durante i nostri addestramenti, che ci
diede sicurezza e calma, mentre il nemico rimaneva sufficientemente lontano
alle nostre spalle.
Per la divisione questa pausa
del 20 e 21 settembre fu un regalo inaspettato. Ci diede la possibilità
di organizzare tutti i reparti e di riordinarli per il prossimo impiego
a nord del Marecchia.
I generali alleati addussero
a causale di questo mancato sfruttamento del successo le piogge che effettivamente
provocheranno una forte inondazione ... ma qualche giorno più tardi!
La loro giustificazione non convince - scrivono i cronisti della 29a.
- Sulla riva meridionale del Marecchia erano rimasti pochi avamposti.
Il fiume nel nostro settore con le sue sponde basse, con il letto duro
di ghiaia e quasi senz'acqua non rappresentava certo un ostacolo (lo prova
anche il fatto che per questi motivi di praticabilità del letto
del fiume fu giudicata naturalmente inutile la distruzione del
famoso ponte romano di Tiberio, che venne lasciato intatto dai genieri
tedeschi).
Personalmente non ricordo
alcuna pioggia, il 20 e il 21 settembre. Ricordo che ritirandoci verso
l'Uso, nei pressí di S. Vito, la campagna era illuminata dai pagliai
incendiati dalle opposte artiglierie, cosa che non sarebbe successa se
i pagliai fossero stati bagnati.
La battaglia di Rimini fu la
più grande battaglia di mezzi in Italia. Il nemico, in tutti i
campi largamente superiore, possedeva la piena padronanza dell'aria. Poteva
cambiare spesso le sue truppe e attaccare dopo pochi giorni con forze
fresche. Una gran parte del suo successo era dovuta all'artigheria, che
poteva contare su un enorme numero di pezzi di tutti i calibri e su un'enorme
quantità di munizioni. Spesso la loro artiglieria distrusse le
nostre postazioni difensive prima ancora dell'attacco delle fanterie,
spezzando il morale delle nostre truppe ... Se egli, nonostante questo,
non ebbe successo fu per la sistematica rigidità dei suoi attacchi
che volevano evitare qualsiasi rischio, e per la fermezza delle nostre
fanterie e delle loro armi d'appoggio. Tutti i reparti combattenti diedero
prova di forze sovrumane.
Questa è la storia della
battaglia di Rimini vista dalla 29a divisione di Granatieri Corazzati
che ne fu una delle protagoniste. Per parte mia vorrei aggiungere tre
cose:
1) gli alleati cambiavano spesso
le loro truppe mentre noi tenevamo in prima linea gli stessi uomini e
ciò ci ha logorati profondamente;
2) dall'inizio della 2a battaglia
di Coriano, 13 settembre, abbiamo combattuto di continuo, giorno e notte,
passando da una situazione di emergenza e crisi a un'altra, con le compagnie
quasi sempre isolate. Il nostro morale ne ha risentito fortemente tanto
che alla fine è dovuta intervenire la Feldgendarmerie per fermare
i singoli soldati sbandati;
3) l'appoggio alle fanterie
fu dato dai mortai di compagnia (80 mm.), dai mortai di battaglione (120
mm) e dall'artigheria di fanteria reggimentale. La nostra artiglieria
pesante da campagna nel mio settore di prima linea non si vide mai di
giorno né si senti mai di notte.
Ma l'offensiva della Linea
Gotica non finì con la fine della battaglia, di Rimini e lo stop
imposto alle truppe alleate il 29 settembre sul fiume Rubícone.
E nuovo comandante dell'8 a Armata britannica spostò la lotta sulle
colline a sud di Cesena per cui il mio reggimento fu mandato a Montecodruzzo
e a Monteleone a combattere contro i mongolo nepalesi Gurkhas, terribili
nei combattimenti notturni. Poi fummo trasferiti a sud di Bologna per
opporci agli americani.
Le nostre perdite erano state
pesanti. Al Rubicone la mia compagnia era ridotta a 30 uomini. In tre
giorni fu riportata a 110 combattenti, più della metà dei
quali li perdemmo nei 12 giorni di combattimento contro i Gurkhas. Quando
giungemmo sul nuovo fronte bolognese eravamo appena una cinquantina.
La 29a divisione aveva ricevuto
il compito di inserirsi fra la 65a divisione a destra e la 362a divisione
a sinistra, fra la statale 65 Firenze-Bologna e la valle del fiume Zena.
Il nostro reggimento 150 combatteva a sud di Cesena quando il 71°
difendeva il settore a sud di Zula e Castel di Zena. Il battaglione II/15
arrivò il 20 ottobre nel settore di Gorgognano, il I/15 si posizionò
il giorno dopo nel settore di Casa Casetta al centro della valle poi giunse
anche il III/15 nel settore del Poggio. Sui monti alla nostra sinistra
si posizionò il reparto esplorante AA 400.
Il fiume era in piena a causa
delle piogge ininterrotte. La valle molto stretta non permetteva a un
battaglione di spiegarsi adeguatamente, le sovrastanti posizioni dominanti
erano in mano agli americani della 34a divisione USA. Sul fondovalle c'era
solo una strada, con poche mulattiere e qualche sparso gruppo di case.
Ogni tanto si vedeva qualche rara casa isolata: la terra grigia e fangosa
ricopriva un fondo roccioso nel quale era impossibile scavare qualsiasi
apprestamento difensivo.
I combattimenti iniziano subito,
il 71° reggimento contro la 91a divisione americana, il 15° contro
la 34a divisione. Il modo di combattere degli americani è ben diverso
dal nostro. Essi ci hanno dato l'impressione di essere ancora immaturi
per la lotta. Un po' di pioggia, un po' di fiume sopra gli argini e i
combattimento venivano sospesi. Beati loro! Sembra che non volessero più
combattere. Si davano prigionieri con grande leggerezza. Solo cosi si
possono comprendere le numerose catture di 100, 80, 70 o 50 prigionieri
alla volta! Lasciavano rapidamente le loro posizioni per ritirarsi mentre
i nostri Comandi Superiori non parevano avere alcuna comprensione per
noi.
Si attraversava, se necessario, il fiume Zena in piena tre o quattro
volte ... e noi bagnati fradici, dalla testa ai piedi, non avevamo alcuna
possibilità di asciugarci in breve tempo. Bisognava combattere
sotto la pioggia violenta, sul terreno scivoloso, nel freddo della notte.
Credo che siamo sopravvissuti solamente perché abbiamo acceso dei
fuochi nei camini di qualche casa, per riscaldarci a turno, squadra dopo
squadra, ingurgitando forti liquori, vodka ...
Come ho detto il mio battaglione
difendeva la valle dello Zena cambiando spesso posizioni e articolazioni
difensive da tre compagnie in linea a tre scaglioni in profondità.
Fra il 20 e il 31 ottobre il diario della mia compagnia descrive il susseguirsi
degli scontri, fra cui l'attacco americano del 24 che ci costrinse ad
abbandonare il Poggio, l'arretramento in 2° e 3° scaglione quando
il battaglione III/15 ci rimpiazza in prima linea il 25, il contrattacco
della mia compagnia e della 9a compagnia del III° battaglione per
la riconquista del Poggio e la cattura d'una cinquantina di nemici il
26, il posizionamento del mio comando a Casa Casetta e gli attacchi americani
nelle notti del 28, 29 e 30 ottobre respinti tutti con successo, i rimpiazzi
che mi creano nuovi problemi - una trentina di ragazzi diciassettenni
che devo frenare e una quindicina di ex-avieri della Luftwaffe, che sono
stati per sei anni di stanza in Germania e non hanno né esperienza
né voglia di combattimento.
Poi il 31 ottobre mi ammalo
e vengo trasportato all'ospedale da campo n. 29 a Montagnana. Durante
la mia assenza gli americani prendono finalmente Casa Casetta ma ne vengono
ricacciati qualche giorno dopo.
Fu così che la spinta
di Clark si fermò alla fine di ottobre, a 15 km. da Bologna".