lunedì 14 gennaio 2013

0 La Torre di Terrazzo

La Torre Castello di Terrazzo

Villa FascinatoNel paese di Terrazzo, ai confini con la provincia di Padova, si trova un'antica torre inserita in un complesso difensivo di grande importanza strategica specie durante le signorie e che vide veronesi (Scaligeri) e padovani (Carraresi), contendersi questi territori in occasione di continui combattimenti.
Lo stesso nome del paese di Terrazzo deriva, con molta probabilità, dal latino "turris" documentato anche dallo stemma comunale nel quale è riprodotta una torre, proprio la stessa torre-fortezza con merlature ghibelline oggi inserita in un importante complesso di grandi dimensioni con villa, rustici, aia e barchesse racchiusi da un muro in cotto alto circa tre metri il quale protegge l'intera proprietà. La villa Nani-Mocenigo, in seguito Graziani-Pesarin, vede al centro un palazzo quattrocentesco e poco lontano la torre.
Nel corso dei secoli, nonostante alcuni interventi, l'intera struttura ha mantenuto l'originaria distribuzione volumetrica con tre stili architettonici a caratterizzarla: quello originario della torre, quello del palazzo che presenta un loggiato con volta a botte e quello più recente della barchessa, costruita con molta probabilità su di un edificio preesistente.
La torre-fortezza venne eretta nel 1200 a difesa dell'intera zona e risultò subito un baluardo difficile da superare.
Nel 1234 Ruberto de' Pii, podestà di Verona, tentò di prendere Legnago e Porto senza riuscirvi; per vendicarsi cercò di spianare il forte di Terrazzo, ma fallì per la tenacia dei difensori. Alto circa 40 metri, il forte è attorniato da una cinta muraria di 3 metri d'altezza.
La torre, maestosa, è abbellita da alcune decorazioni nella parte superiore mentre termina con merlature chiuse in un periodo successivo con un tetto in cotto.
Attualmente la torre è adibita a magazzino, ma a pian terreno è ben visibile il soffitto a botte che presenta al centro un piccolo fiore.
A dividere gli accessi a nord e a sud, sono presenti due grandi portoni in legno.
Una rampa di scale conduce al piano superiore dove è ben visibile una bella finestra a forma di loggetta.
Al primo piano si trova un grande camino con alcune scritte ancora oggi visibili: "Ostilivs de lazzaris Verbaniensis 1664" mentre più in basso troviamo un'altra scritta "Iusis: bati: Brunello fece piantare il stradon l MCLVIII il mese marzo MCLVIII".

Sulla torre medioevale aleggia anche una leggenda.
Si dice infatti che sotto terra corra un cunicolo segreto, che un tempo costituiva una comoda via di fuga in caso di attacchi esterni, in questo antro i proprietari avrebbero nascosto parte delle loro ingenti ricchezze.
Di questo cunicolo si conosce l'uscita posta a varie centinaia di metri di distanza sotto il ponte che attraversa il fiume Terrazzo nella proprietà Cucina-Ferri, ma non si conosce la botola d'accesso posta nei pressi della torre.
In passato l'imbocco, ancora oggi ben visibile, fu anche nascondiglio di partigiani e qualcuno ebbe il coraggio di percorrerla per alcune decine di metri, ma il cunicolo, interrotto da alcune frane, non risulta oggi più accessibile.
La leggenda quindi resta, come restano celate le ingenti ricchezze che vi sarebbero nascoste.

(Dal sito: www.prolocobassoveronese.it)

sabato 12 gennaio 2013

0 Tracce di battaglie preistoriche




Nogara di Verona. Nel letto del fiume Tartaro i resti
 delle guerre preistoriche



A Pila del Brancon  di Nogara il bottino di scontri sanguinosi: lance, pugnali e spade usati come trofeo di vittoria. Una scoperta archeologica che apre nuovi scenari: forse il Tartaro era il confine tra popolazioni in conflitto.

armi,626A Pila del Brancon, sul Tartaro, a due chilometri da Nogara, nel XII secolo avanti Cristo se le sono date di santa ragione durante l’età del Bronzo medio (1200 anni avanti Cristo), con lance, pugnali e spade. I vincitori depredarono i soccombenti e ne gettarono le armi in un rogo, bottino di guerra da sacrificare per celebrare la vittoria. Un rito che le popolazioni nordiche avrebbero ripetuto fin nel medioevo.


Il sacrificio delle armi, «ex voto» preistorico, è testimoniato a Pila del Brancon da un ritrovamento di cui ci parla Luciano Salzani, responsabile per il Veronese della sezione preistoria alla Soprintendenza archeologica. La scoperta è avvenuta a sud di Nogara dove, dragando il letto del Tartaro nuovo, a 100 metri dal vecchio alveo del fiume, sono state recuperate dieci spade e 50 punte di lancia dell’età del Bronzo; tutte le armi apparivano piegate, deformate, spezzate, fatto che per l’esperto documenterebbe, appunto, la loro distruzione rituale.



Il tartaro a pila di branconSpiega l’archeologo: «Distruggere e abbandonare nel mucchio le armi sottratte al nemico vinto assumeva a perenne memoria una valenza ammonitrice; i resti della pira restavano a testimonianza storica di possesso del territorio».
Singolarmente non è stata trovata invece traccia di scudi nel deposito votivo. Uno studioso austriaco, Arnoldt Yung, ha fatto il campionamento metallurgico dello straordinario bottino di guerra del Tartaro di Nogara e lo sta confrontando con quello della composizione dei metalli di altre armi di matrice greca, trovate a Salonicco; se la tipologia di quelle veronesi è italica, pare che le loro tecniche e materiali di fusione siano di probabile derivazione greco-micenea. Quando si dice la circolazione delle idee nella preistoria.

Spiega Salzani: «C’è l’ipotesi che la nota necropoli di armati di un abitato a Olmo di Nogara, allora a contatto con un passaggio-guado sul Tartaro e solo un chilometro più a sud di questo ritrovamento, sia la testimonianza indiretta di una battaglia». Continua l’archeologo: «È da ritenersi che nel 1200 avanti Cristo il Tartaro rappresentasse una specie di confine territoriale. Tant’è che nel 1876 una necropoli è stata trovata a Povegliano (con spade), poi ci sono state le scoperte a Olmo di Nogara e ora a Pila del Brancon. Il fiume», conclude lo studioso, «può ragionevolmente essere ipotizzato come una separazione geografica fra popolazioni diverse e in conflitto tra loro. È un tema affascinante, tutto da approfondire, mentre altre ricerche sono in progetto lungo tutta l’asta del corso d’acqua».

da "L’Arena di Verona" di Lunedì 04 febbraio 2008, Provincia pag. 19

0 Carpenea: La misteriosa città scomparsa.

La   città scomparsa  di Carpenea

bosco di carpaneaUna grande città, circondata da sette ordini di mura merlate e difesa da cento torri altissime, tutta premuta dalle acque disordinate che i fiumi non ancora arginati riversavano intorno, sorgeva sopra una bassa ed appiattita collina. Maestosa ed opulenta la metropoli viveva indipendentemente, commerciando coi popoli vicini.

Fu tramandato che l’ultimo re di tale città, avendo oltraggiato il dio Appo, venne detronizzato dai sacerdoti e costretto a vivere in una bassa cantina, in solitaria prigionia. Il dio Appo rappresentava l’onda incatenata a ricordo della titanica opera degli uomini i quali, costruito un grande bacino, erano riusciti a raccogliere le acque sovrabbondanti dei fiumi che, senza argini e impetuose, minacciavano di sgretolare la collina sulla quale sorgeva la città. Il tempio del dio era vastissimo e sontuoso; colà il re, ogni mattino portava cibi e bevande. Il popolo faceva ala ed uscito il sovrano deponeva anch’esso splendidi doni ai piedi della divinità. Accortosi il re che i sacerdoti in questo modo sarebbero divenuti più ricchi e potenti di lui, un mattino non andò al tempio; ed anche il popolo non portò i consueti doni. I sacerdoti, comprendendo che questo atto significava la loro fine, promossero abilmente una sommossa, riuscendo ad arrestare il re, primo artefice dell’oltraggio. Ma nella prigione solitaria il sovrano meditò la propria vendetta; ed una notte che i guardiani s’erano addormentati, col favore delle tenebre fuggì, penetrò nella città e quindi nel tempio. Rapì il dio e corse verso il lago. I sacerdoti, accortisi subito del furto, diedero l’allarme ed eccitarono la folla che diede la caccia al sovrano. Vistosi perduto il re, che col rapimento del dio Appo pretendeva di arrogarsi il diritto di vincere la partita contro i suoi nemici, scagliò il simulacro nel lago. Approfittando quindi del panico generale per l’orrendo sacrilegio, riparò nel bosco che si stendeva sulla stessa collina a fianco della città di Carpania. Ma una parte della folla esasperata, vista l’immagine del nume scomparire fra le onde, si gettò nell’acqua con l’intento di recuperare la statua, affogando miseramente; I restanti si precipitarono alle dighe per aprirle e prosciugare il lago. Ed il grande bacino fu d’un tratto come un mare in tempesta. Le grida disperate dei morenti furono ben presto sopraffatte dal rumore crescente delle acque tumultuanti che precipitarono dalle aperture praticate dalla folla. Il re intanto si era rifugiato sul colle deserto, sulla sommità del quale sorgeva il tempio e, vedendo lo scempio del suo popolo, per il dolore impazzì; afferrò la corda dell’unica campana del tempio e suonò alcuni lugubri disperati rintocchi, mentre la collina, rosa dall’impeto delle acque, ondeggiò paurosamente e sprofondò nei gorghi. 



(tratto da R. Colombini, Leggende popolari veronesi, in Quaderni di Vita Veronese, 1949). 



La formazione boscosa alle origine del paese di Tarmassia di Verona

Il bosco di Carpanea
Il Bosco della Carpenea (o Carpanea) si estendeva, fino al ’600, su tutto il dosso di Campolongo; dai disegni dell’epoca risulta essere stato di proprietà dei Conti Giusti, quelli del Giardino di Verona. 
A proposito di Carpanea, proponiamo un’ampia e articolata digressione sul tema.



1. Carpanea: dalla leggenda alla storia.
Verso la media età del Bronzo (XV-XIV secolo a. C.), si ha un infittirsi di insediamenti, posti molto spesso in aree vallive, presso il corso del Tartaro o di altri fiumi minori. 
L’età del Bronzo recente (XIII secolo a.C.) è caratterizzata dall’abbandono di buona parte di questi piccoli villaggi perifluviali o perilacustri e dal sorgere di ampli insediamenti sulla sommità dei dossi di pianura. Molto spesso questi insediamenti erano delimitati da argini. 
Il caso più noto, è quello di Castello del Tartaro, situato nella parte più meridionale del territorio di Cerea. Si tratta di un abitato che occupa circa 14 ettari ed era uno dei più estesi di tutta la pianura padana. Il terrapieno perimetrale conservava un’altezza di oltre due metri e mezzo ancora negli anni venti di questo secolo; poi i lavori agricoli l’hanno quasi completamente spianato e livellato. L’imponenza di questo manufatto è già segnalata in documenti di epoca medievale e in alcune mappe del ’500, ed ha acceso la fantasia popolare che lo identificava con la mitica città di Carpanea o lo definiva “la pista delle valli”. Chiaramente un’opera di questo tipo ha chiesto l’impegno e il lavoro di grandi comunità, ben organizzate, per un lungo periodo di tempo. 
L’abitato è ancora praticamente inesplorato. Sono stati fatti solo alcuni sondaggi dai quali risulta che il villaggio in una fase più antica era privo di argini e solo in un secondo momento fu delimitato dal terrapieno. I materiali recuperati permettono di datare la durata dell’abitato di Castello del Tartaro dalla media età del Bronzo a tutta l’età del Bronzo recente. Tra i frammenti ceramici vi è una grande varietà di anse lunate e di tipi di vassoi che dimostrano affinità con la “facies subappenninica” e che probabilmente indicano influssi dall’area peninsulare adriatica. Esternamente all’argine dell’abitato è stata scoperta la necropoli, che è ancora in corso di scavo. La necropoli è a rito misto con tombe ad incinerazione frammiste a tombe ad inumazione. 




2. Carpanea e il mito delle città sepolte. 

Raffaele da Verona, alla fine del Trecento, scriveva che a metà strada tra Verona e Ferrara esisteva un’area boscosa, denominata Carpanea, che rivelava per numerosi indizi essere stata precedentemente occupata da una città. Successivamente fu trasferito a questa ipotetica città il nome stesso di Carpanea, che era quello dell’area boscosa che l’aveva sepolta: Silva Carpeneda. Il suo racconto sfruttava le fitte presenze archeologiche di un’area quasi spopolata, per farne il sito di una antica città travolta da catastrofici eventi naturali, rimase vivo e latente a livello di tradizione orale fino alla metà dell’Ottocento quando venne recuperato, consegnandolo ad una citazione scritta, da un poeta e patriota di Cerea, Alessandro Bazzani.



3. L’area geografica.
Il rettangolo entro cui si estendeva Carpanea fu identificato in prossimità del fiume Tartaro, con gli angoli corrispondenti a quattro porte, nelle località di Casaleone, Bastione S. Michele, Castagnaro e S.Pietro, rivolti verso le provincie di Rovigo-Ferrara-Mantova e Verona- Padova. L’estesa pianura, posta tra i due maggiori fiumi d’Italia, Adige e Po, tra le provincie di Mantova, Rovigo e Verona, è attraversata da occidente a oriente da un corso d’acqua, denominato Fissero Tartaro Canalbianco, che ha origine dai laghi di Mantova e confluisce nel mare Adriatico. Tale corso d’acqua è stato nel passato progressivamente adattato dall’uomo, fino ad assumere oggi la triplice funzione: scolante, irrigua e idrovia. Il suo affluente più caratteristico è il fiume Tartaro* originato da numerose fonti sorgive. 

(*) Fiume Tartaro è il nome dato ad un fiume che scorre talvolta sotterraneo, oscuro e tenebroso per la gran quantità di erbe che ingombrava il suo letto in mezzo al bosco e alle paludi. Attraversa il territorio Veronese in modo pigro e flessuoso e il suo percorso, di circa 81 km, si divideva in tre tronchi: Tartaro Superiore, Tartaro Intermedio, Tartaro Inferiore. Tartaro è anche la leggendaria località sotterranea della mitologia greca ove furono incatenati i Ciclopi e i Titani. Significò in seguito il regno dei morti, l’inferno, l’Ade, cioè tutto il mondo sotterraneo e la palude dello Stige, dove il nocchiero Caronte, su una barca di corteccia d’albero, traghettava le anime dei morti da una riva, quella della vita, all’altra, quella della morte. 



Fonti bibliografiche:

”Cerea: storia di una comunità attraverso i secoli“, Di Luciano Salzani, pag. 25 e seg, edito dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Cerea. 


Momenti di vita e di cultura popolare nella Bassa Veronese“, di Da Lanfranco Franzoni, pagg. 71 e seg., edito dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Cerea. 


Il bosco del Tartaro“, Edit. Consorzio di Bonifica Valli Grandi. 



4. La leggenda del bosco di Carpenea
Un Contadino, un tipo serio e di poche parole, narrava che un giorno un suo compagno, spintosi nel Bosco della Carpenea, aveva trovato una Pietra sulla quale erano scolpiti diversi segni e che, posando quella Pietra sulla fonte di un ammalato, questi si sfebbrava subito. I segni convenzionali erano un Bosco nel quale stavano un Uomo ed una Donna, la Donna, con la lanterna ancora stretta nelle mani, dormiva, mentre l’Uomo cercava di affogare nell’acqua di una fossa un Gatto, che stringeva fra i denti un uccellino. 


Interpretando a suo modo il disegno, il Contadino diceva – e ne aveva fatto esperienza – che per ottenere fedeltà da una donna, bastava in una notte calma di Plenilunio, condurla nel Bosco e attraversare la Valle. Bisognava portare con sé un gatto nero ed una gabbia con un canarino. Alla Donna si doveva affidare la lanterna e quando, stanca per il lungo cammino, si fosse addormentata ai piedi di un grande Carpino, si doveva estrarre dalla gabbia il Canarino e darlo in pasto al Gatto. Nel momento che questo provava l’ebbrezza del cibo occorreva afferrarlo ed affogarlo nell’acqua putrida della Fossa. 


La morale, sempre del contadino, concludeva: 
“Nella Rapacità e nella Gioia del Piacere c’è la Morte, sempre la morte di qualche cosa, il Gatto non soffre mentre lo si affoga, perché è tutto compreso nell’appagare il Capriccio e l’Istinto, la Donna che dorme, nel sub-cosciente percepisce tutto questo e, inconsapevolmente, plasma la propria Anima di un velo di Verecondia e di Timore”.

5. Carpanea.
“Qua gh’era la cità de Carpanea, ch’el taramoto se l’à sprofondà “; cossì me poro Barba el me disea, passando via in careto par de là. Carpanea, Carpanea, ghe sito stà? O gera i veci, po’, che i s’iludea?… Sfoio le storie e lore no’ gh’in sa, gnanca me Barba, proprio, lo savea. Ma co’ se ara in vale a tiro oto opur co’ la ” Pavesi ” meio ancora, la gumera te svoltola par soto. Siabole vece e travi carola’ e statue rote la te pesca fora. No’ gè questi i segnai de la cità? Co’ torno da in Lodeta, verso sera, toco la Roma che me porta via la vale, a poco, a poco, se fa nera e qua se sveia la me fantasia… Carpanea, Carpanea! soto a ‘sta tera, longo el Misserio e la Lodeta mia, te dormi, o gran cità, la pace vera e mi me sento ‘na malinconia. Carpanea, Carpanea, cita Romana, ‘desso el to’ camposanto el pare on orto, cresse i racolti come ‘na fumana. Dormì fradei Romani i vostri soni,che ‘sto sangue latin no’ ve fa torto: pronto al varsoro e al’erta coi canoni!”.

(Poesia dialettale di A. Poli  dal tratto dal libro di poesie “Legnago, 1949“)

La “storia di Menà” è tratta da un opuscolo distribuito dal Credito Cooperativo del Basso Veronese all’inizio degli anni ’70, che ne detiene i diritti d’ autore.
(omissis) 


Le tombe venivano costruite presso le abitazioni, sui dossi oppure lungo le vie di grande traffico. E le numero se tombe ritrovate nelle valli stanno a testimoniare che attraverso il territorio di Menà passava una « Grande Strada » Romana. Questa Grande Strada serviva per colle gare il Nord (Verona, il Trentino, il Tirolo e gli Allernanni (abitanti della Germania o Allemannia) con l’Emilia e con Roma.
L’importanza di tale strada è stata sostenuta, con argomentazioni, diremmo, quasi scientifiche e storiche, dal prof. Giuseppe Fiocco. Tanto è vero che anche tuttora è riconosciuta l’importanza di questa zona ed è già in via di progettazione e di costruzione una nuova, moderna « Superstrada » che attraverserà tutte le valli in linea retta e ricalcherà il tracciato dell’antica, grande Strada Romana.
Il prof. Fiocco afferma pure che i Romani, dovendosi ritirare di fronte ai barbari invasori, fecero allagare queste zone e anche la Grande Strada fu sommersa dall’acqua e dal fango. In questo modo i Romani speravano di osta colare e ritardare l’avanzata dei barbari; infatti essi erano espertissimi nell’arte idraulica e costruirono numerosi canali e scoli che fecero straripare davanti all’avanzata delle orde barbariche. Perciò tutta la zona di Menà andò sommersa e cominciò allora per essa un periodo storico molto oscuro. Secondo la leggenda si dice che in queste zone esi stesse appunto, all’epoca romana, una città di nome Carpanea. La storia non dice niente di preciso a questo 
proposito. Comunque, quello che è certo è che all’epoca dei Romani Menà era un centro molto popoloso e progredito, situato appunto su una via di grande e intenso traffico. (A conferma dell’esistenza della città di Carpanea esiste tuttora una strada che attraversa le valli ed è detta appunto Carpania).
(omissis)


Fonte: http://www.tarmassia.it/

0 Il Castello di Illasi

L’identità di Illasi è indissolubilmente legata al suo castello, dal momento che le sue strutture sono rimaste inalterate nel corso dei secoli.

Dei numerosi castelli che dal X secolo furono eretti a presidio delle valli orientali veronesi, quasi nessuno è arrivato ad oggi.

Il castello di Illasi, quindi, è un esempio unico, non solo nella parte orientale, ma in generale nell’intera fascia collinare veronese.

Secondo gli studiosi è lecito ritenere che il castello di Illasi abbia vissuto vicende analoghe a quelle di altri castelli del territorio veronese: dapprima come centro di una signoria vescovile, poi come fortificazione entrata nella sfera di potere del Comune di Verona, poi come fortificazione controllata dal governo signorile scaligero e visconteo, e infine dal governo veneziano.

Il Castello, di proprietà della famiglia Sagramoso-Pompei, non è aperto alle visite anche se la rocca è ben visibile dall’esterno, salendo dalla collina.

Il Castello oggi è abbandonato, ma dai lavori effettuati dagli esperti emergono stranezze e misteri; come la presenza di uno scalone quasi signorile, realizzato sulla scarpa della parete sud, una presenza strana o quantomeno curiosa visto che ci troviamo di fronte ad una struttura costruita a scopo difensivo piuttosto che con intenzioni artistiche.

Ma di curiosità e di aspetti particolari il castello continua a metterne in luce, come la scoperta di tutta l’area sotterranea rimasta intatta con i suoi saloni e i suoi cunicoli ancora da esplorare.

La murata viva di Illasi


castello di illasiAgli inizi dell'Ottocento, nel corso di alcuni lavori di restauro nel castello di Illasi, fu scoperto lo scheletro di una giovane donna, ancora in catene.
Per tutti si trattò della rivelazione dell'epilogo della storia del conte Girolamo II Pompei e della sua sposa Ginevra, il cui fantasma vaga da sempre senza pace nel castello: le ossa minute, il piccolo teschio e le catene, raccontavano del terrore e della sofferenza patiti dalla donna in attesa della morte.
Il matrimonio tra Girolamo e Ginevra Serego degli Alighieri, discendente diretta di Dante, era avvenuto nel 1591.
Dal momento che il conte era uomo più uso alle armi che non ai salotti, la giovane sposa rimaneva troppo spesso sola: se ne accorse il podestà di Verona, Virginio Orsini, che fece breccia nel cuore della donna dando vita a una passione travolgente.
Malgrado la complicità del servitore di lei, la tresca fu scoperta.
Costretta a confessare, Ginevra consegnò al marito la spada, perché la trafiggesse per la sua infedeltà. A rimetterci la vita fu invece il servitore, ucciso a pugnalate dal conte.

Ne nacque un processo scomodo, che la Serenissima insabbiò ben presto: d'altronde, Virginio Orsini era fuggito a Roma e qui, catturato dalle truppe pontificie, era stato decapitato.
Tutto consigliava dunque il silenzio. Invece, tre anni dopo, Ginevra scomparve improvvisamente. Subito nei dintorni si iniziò a sussurrare come fosse stata murata viva in una segreta del castello.
Le illazioni rimasero tali per secoli, fino alla scoperta dei poveri resti dietro la parete: vennero raccolte ossa e catene in un'urna di vetro e poste in una camera buia di Palazzo Pompei nel 1615.
Poi, il colpo di scena: studi successivi hanno stabilito che quelle ossa non possono appartenere a Ginevra, ma a qualche altra infelice vissuta in epoca più recente.
Chi era l'altra castellana condannata a una fine così tragica? Che ne è stato di Ginevra degli Alighieri?

0 Verona: i misteri della nascita di una città.

Interessante video sulla fondazione della città Scaligera.
Il video parla di Verona e dei suoi allineamenti verso il solstizio d'estate all'insegna di luoghi sacri e legati alle acque sotterranee. La città scaligera rappresenta come moltissime altre la Stonehenge del mediterraneo. Nel solstizio d'estate il sole si alza e i suoi raggi sono allineati sul cardo e su tutte le linee ortogonali del cardo
 Ecco il video: Il Mistero della nascita di Verona
 

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