sabato 14 dicembre 2013

3 Bombe su Verona

- BOMBE ALLEATE SU VERONA E PROVINCIA DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE -


Verona non fu coinvolta particolarmente nel conflitto fino al 1943, quando nacque la Repubblica Sociale Italiana che fece della città scaligera, di fatto, una delle tre capitali, insieme a Milano e Salò.
In città, infatti, sorsero importanti ministeri della neonata Repubblica, nonché numerosi Comandi militari tedeschi.
Oggi, percorrendo Corso Porta Nuova, una delle maggiori vie della città, si può trovare il Palazzo INA. Tale costruzione può sembrare un normalissimo edificio costruito sotto i canoni estetici del ventennio, ma pochi conoscono la sua reale funzione durante quegli anni. Il palazzo non era altro che la sede dell’ufficio Sicherheisdienst, il servizio segreto delle SS. Osservandolo oggi,non noteremmo sicuramente nulla di particolare e riconducibile a quel terribile periodo, ma se entriamo nell’edificio, purtroppo non visitabile, nei due piani sotterranei troviamo numerose celle ancora perfettamente conservate. Qui venivano rinchiusi i “potenziali nemici del nazismo” in attesa di giudizio, quindi possiamo solo immaginare quanti uomini e donne possano aver vissuto terribili giorni in queste celle, e quanti di loro non siano poi mai più tornati. Molte porte sono originali e conservano tuttora delle scritte in tedesco che, conoscendo le circostanze, trasmettono una certa inquietudine. All’interno di una porta senza scritte si trova, infine, un passaggio che portava ad un bunker antiaereo situato sotto Piazza Cittadella. Ogni traccia di tale bunker è andata perduta per via del parcheggio che è stato successivamente costruito.
Oltre che per la sua importanza politica, Verona risultò estremamente importante sul piano strategico. La città era infatti posta su un grande snodo ferroviario e, inoltre, la sua posizione geografica, posta come una delle ultime grandi città prima dell’Austria e della Germania, faceva di Verona un’importante obbiettivo per gli angloamericani, ma anche una fortezza da difendere per le truppe naziste. Per questi motivi l’esercito tedesco rafforzò le difese cittadine, costruendo nuove caserme, bunker, ed installando postazioni di contraerea.
Una testimonianza seminascosta di queste fortificazioni la troviamo in pieno centro, nell’edificio dove oggi risiede l’Educandato Statale agli Angeli, che divenne sede del Werhmacht Verkehnsrdirektion, il comando dei trasporti delle truppe tedesche. Nel cortile dell’attuale Istituto erano presenti numerosi edifici che furono poi completamente rasi al suolo dai bombardamenti. Ma in questo cortile troviamo ancora oggi, completamente intatto, un bunker antiaereo costruito proprio dal comando tedesco.

Il bombardamento su Verona del luglio 1944
Altre testimonianze dei bombardamenti, molti dei veronesi ce l’hanno davanti agli occhi tutti i giorni. Nel centro storico di Verona, infatti, sulle facciate di diversi palazzi, sono ancora visibili dei segnali dipinti direttamente sulle mura, che raffigurano una grande lettera “R”, la quale stava ad indicare la presenza di un rifugio antiaereo. Sotto la grande lettera, in alcuni casi, si può ancora leggere il numero dei posti a disposizione nel rifugio in questione, che veniva opportunamente indicato. Questi segnali li possiamo trovare in svariati punti della città, come ad esempio in Corso Porta Nuova, in piazza Pradaval e nella centralissima via Roma.
Altri importanti rifugi si trovavano al di sotto di Porta Nuova e Porta Palio. In questi casi venivano sfruttati una serie di antichi tunnel sotterranei. Al di sotto di Porta Palio sono ancora presenti i tunnel costruiti addirittura da Michele Sanmicheli a metà del 1500, utilizzati dalla popolazione come rifugi antiaereo durante appunto la seconda guerra mondiale.
A Borgo Roma, proprio dietro gli edifici dell’Università di Verona, nella strada ciclopedonale che unisce via Taddea da Carrara con Strada de Le Grazie, tra la vegetazione è ancora possibile vedere dei massi di cemento armato. Secondo le testimonianze di alcune persone del posto, in quel punto vi era una postazione contraerea di Flak tedesca, e quei massi che vediamo non sono altro che i resti della piattaforma di cemento sopra la quale erano posizionati i cannoni.
Le fortificazioni tedesche resero però più dura e lunga la battaglia per la liberazione di Verona. La città, infatti, fu una delle più bombardate d’Italia, risultando distrutta, al termine del conflitto, al 45%. Terribili furono i danni ad edifici storici. Nel gennaio del 1945 ci fu, per esempio, una terribile incursione alleata che distrusse parzialmente Castelvecchio, la biblioteca capitolare (una delle più antiche d’Europa), la biblioteca civica ed altri importanti monumenti. Come se il danno culturale non fosse abbastanza, il 26 aprile, giorno della ritirata, i tedeschi fecero saltare tutti i ponti. Non furono risparmiati nemmeno il medievale ponte scaligero o il romano ponte Pietra, che furono entrambi poi ricostruiti cercando di recuperare i materiali dall’Adige

Le bombe furono sganciate dal 301st Bombardment Group (H); qui le foto degli obbiettivi:
Verona

Verona
Zevio

Zevio



Peschiera D/G

Verona - Parona

Verona - Parona

Verona - P.ta Vescovo

Questi furono gli effetti devastanti:
Castelvecchio

Stazione P.ta nuova

Stazione P.ta Nuova

Centro città
Biblioteca Capitolare

martedì 10 dicembre 2013

- ESCURSIONE: 11 e 12 GENNAIO 2014 -


Forte Tre Sassi in Valparola
Entrando nell'anno della ricorrenza del centenario dell'inizio della Grande Guerra,
l'Associazione Historica Legio organizza nelle giornata 11 e 12 Gennaio 2014, la visita al Museo della Grande Guerra Marmolada  e al Museo del Forte Tre Sassi in Valparola.

Per informazioni: info@historicalegio.com



Marmolada.


"La cruda dimostrazione
della vita del combattente in alta montagna,
mostrata in questo museo, vuol essere una
esortazione alla pace e all’amicizia tra i popoli." 





























lunedì 13 maggio 2013

0 ESCURSIONE: 30 e 31 MAGGIO 2013

 Escursione HISTORICA LEGIO Maggio 2013



DOVE:     Livinallongo del Col di Lana
TEMA:    Prima Guerra Mondiale
DATA:    30 e 31 Maggio 2013





http://www.kleiner-steinfisch.de/wk/Museum-Kaefreit/Web/Picture10.jpg





Escursione di 2 giorni in quei luoghi che sono stati teatro di scontri tra i più cruenti della Prima Guerra Mondiale.

   

 

leggi il post correlato: La Grande Guerra a Livinallongo del Col di Lana




0 La Grande Guerra a Livinallongo del Col di Lana

 LA PRIMA GUERRA MONDIALE A LIVINALLONGO

Allo scoppio della grande guerra anche le valli ladine sono coinvolte.
La linea del fronte si estende dal Lagorai ai Monzoni, dalla Marmolada al Col di Lana, dal Lagazuoi alle Tofane.
http://www.dolomitesladines.it/edit/media/11_03_coldilana.jpg
Col di Lana

Il comune di Livinallongo viene troncato in due dal fronte bellico.
Nelle Dolomiti ha inizio una guerra di posizione devastante.
Verso la fine dell'inverno del 1916 i soldati italiani fanno saltare la cima del Col di Lana.

http://www.dolomitesladines.it/edit/media/11_03_cittadighiaccio.jpg
Nei tre anni seguenti il Col di Lana vede morire migliaia di soldati austriaci e italiani, guadagnandosi così il lugubre soprannome di “Col di sangue”.




A Corvara (Val Badia) e a Penia (Val di Fassa) - più vicine al confine di guerra - l'esercito austriaco posiziona cannoni a lunga gittata per sparare oltre la linea del fronte.


Alla fine del lungo inverno del 1917 si contano migliaia di vittime sepolte dalle valanghe o morte assiderate.

0 Disciplina dell'attività di raccolta dei cimeli e reperti moblili della Grande Guerra

Legge regionale 12 agosto 2011, n. 17 (BUR n. 61/2011)

DISCIPLINA DELL’ATTIVITÀ DI RACCOLTA DEI CIMELI E REPERTI MOBILI DELLA GRANDE GUERRA

Art. 1 - Finalità.
1. La Regione del Veneto, ai sensi della lettera c) del comma 1, dell’articolo 261 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 “Codice dell’ordinamento militare”, disciplina con la presente legge l’attività di raccolta di reperti mobili e cimeli della prima guerra mondiale.
Art. 2 - Esercizio della attività di raccolta dei reperti mobili e cimeli.
1. La raccolta dei reperti mobili e cimeli della prima guerra mondiale, è soggetta ad autorizzazione regionale.
2. La Giunta regionale, entro centoventi giorni dalla entrata in vigore della presente legge, sentita la competente commissione consiliare, definisce il modello, i criteri, le procedure e i costi per il rilascio dell’autorizzazione di cui al comma 1 ai soggetti che attestano idonee conoscenze dei luoghi di esercizio della attività di raccolta dei cimeli e reperti mobili della grande guerra a fini di sicurezza ed incolumità pubblica, nonché in materia di disciplina delle armi e in materia di tutela dei beni culturali.
3. Agli iscritti ad associazioni storico-culturali senza fini di lucro e agli iscritti alle associazioni combattentistiche e d’arma, l’autorizzazione è rilasciata senza oneri, su richiesta validata dall’associazione di appartenenza.
4. La Giunta regionale revoca l’autorizzazione in caso di danneggiamento dei manufatti di cui alle lettere a), b) e c), del comma 2, dell’articolo 255 del decreto legislativo n. 66 del 2010 e quando siano venuti meno i requisiti di cui al comma 3 del presente articolo.
5. L’attività di raccolta dei reperti mobili e cimeli esercitata nei fondi dai rispettivi proprietari, o da titolari di altri diritti reali di godimento, dai conduttori e loro familiari e dagli aventi diritto di uso civico, è soggetta a comunicazione alla Giunta regionale, corredata da autocertificazione in ordine ai titoli di disponibilità dei rispettivi fondi.
Art. 3 - Disciplina dell’esercizio dell’attività di raccolta e individuazione delle aree vietate.
1. L’attività di raccolta di reperti mobili e cimeli della prima guerra mondiale ha ad oggetto i reperti mobili e i cimeli individuabili a vista o comunque affioranti dal suolo, recuperabili con l’uso delle mani o con il ricorso a mere movimentazioni di superficie, anche con l’utilizzo di attrezzature atte a localizzare, individuare e rimuovere i reperti mobili e cimeli, escludendo in ogni caso operazioni di scavo.
2. L’attività di raccolta di cui al comma 1 è vietata:
a) nelle aree archeologiche come definite ai sensi dell’articolo 101 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137”;
b) nei siti individuati quali cimiteri di guerra ai sensi della legge regionale 16 dicembre 1997, n. 43 “Interventi per il censimento, il recupero e la valorizzazione di particolari beni storici, architettonici e culturali della grande guerra”.
Art. 4 - Disciplina del rinvenimento di resti umani.
1. Chiunque nell’esercizio delle attività di raccolta dei reperti mobili e cimeli rinvenga resti umani o di incerta attribuzione è tenuto a sospendere ogni attività e a dare immediata segnalazione alle autorità competenti, come individuate all’articolo 12 della legge regionale 4 marzo 2010, n. 18 “Norme in materia funeraria”.
2. La Giunta regionale individua entro centoventi giorni dall’entrata in vigore della presente legge la azienda unità locale socio sanitaria (ULSS) che costituisce il centro di riferimento regionale per la ricerca e lo studio dei resti scheletrici ai fini degli adempimenti di cui all’articolo 12 della legge regionale 4 marzo 2010, n. 18 .
3. Quanto rinvenuto unitamente ai resti umani è considerato pertinenza personale del deceduto e deve essere consegnato alle autorità competenti.
Art. 5 - Obblighi di informazione.
1. Il titolare dell’autorizzazione alla raccolta dei reperti mobili e cimeli di cui alla presente legge è tenuto a:
a) trasmettere alla Giunta regionale una relazione annuale dei luoghi visitati, con segnalazione dei siti giudicati di particolare interesse per il ritrovamento di reperti mobili e cimeli della prima guerra mondiale;
b) segnalare con tempestività alla Giunta regionale, con coordinate geografiche e con gli eventuali mezzi di rappresentazione disponibili, ritrovamenti di manufatti quali quelli illustrati alla lettera c), del comma 2, dell’articolo 255 del decreto legislativo n. 66 del 2010.
Art. 6 - Attività di vigilanza e sanzioni.
1. Chiunque effettui attività di raccolta di reperti mobili o cimeli senza essere in possesso della autorizzazione di cui all’articolo 2 è punito con la sanzione amministrativa da euro 500,00 a euro 5.000,00.
2. Chiunque effettui attività di raccolta di reperti mobili o cimeli in violazione dell’articolo 3, comma 1, è punito con la sanzione amministrativa da euro 100,00 a euro 1.000,00.
3. Chiunque in possesso di autorizzazione, effettui attività di raccolta di reperti mobili o cimeli nei luoghi vietati alla raccolta ai sensi dell’articolo 3, comma 2, è punito con la sanzione amministrativa da euro 500,00 a euro 5.000,00.
4. Fatte salve le sanzioni penali, di cui al Capo II del Titolo IV del Libro II del Codice Penale, chiunque, a seguito del rinvenimento di resti umani o di incerta attribuzione, non provveda agli adempimenti di cui all’articolo 4 della presente legge, è punito con la sanzione amministrativa da euro 500,00 a euro 5.000,00, nonché con la revoca della autorizzazione o il diniego del suo rilascio.
5. All’esercizio delle funzioni di vigilanza e alla irrogazione delle sanzioni amministrative pecuniarie provvedono, ai sensi delle legge regionale 28 gennaio 1977, n. 10 “Disciplina e delega delle funzioni inerenti all’applicazione delle sanzioni amministrative di competenza regionale”, i comuni nei rispettivi ambiti territoriali, nonché, previa stipula di apposita convenzione, il Corpo Forestale dello Stato.

mercoledì 6 marzo 2013

0 Il Vate, i motti D'Annunziani

Alla voce “motto”, nel dizionario della lingua italiana si trova scritto:”parola e frase nella quale è
compendiato, con valore esemplare e imperativo,l'assunto di una persona o di una
comunità”. I motti dannunziani divennero espressione di un'intera comunità per il
primo ventennio del novecento. Ben venga questa diffusione di pensieri, questo
dolce profumo di cultura e poesia, il più delle volte ammuffite, rinchiuse
con le catene nelle cantine di questo balzano momento storico che nobilita più macchiette sociali (i criminali, i tronisti, le veline, i bulli) e sembra dimenticarsi dei poeti,degli artisti, dei Grandi Uomini d'intelletto e di grande animo. 
Ebbene D'annunzio era uno del Grandi Uomini, che il secolo appena morto ci ha lasciato.
Purtroppo su D'annunzio e sui dannunziani, non mi è noto per quale grottesco e stolto bignamino, aleggia da sempre un'ombra sbagliata ed ingiusta per la Sua memoria e per la nostra cultura. 
Si è costantemente affinato il pensiero del Vate con il fascismo, D'annunzio con il Duce. Una
porcata pazzesco! Una blasfemia culturale! 
Lo stile di vita ideale, concepito dal duce, il Vate in realtà l'aveva sempre disprezzato con tutta l'anima. 
Egli aveva sognato di rinnovare l'Italia, di combattere il parlamentarismo corrotto e la
democrazia rinunciataria. Aveva sognato (“l'immaginazione al potere”) di fondere
una nuova Babilonia della cultura e delle arti: Fiume. Fiume, la città di Vità,
governata per 15 mitici mesi da un poeta (non un vampiro politicunzolo, un burocrate, un mafioso, uno sciacallo), un poeta che ogni giorno proclamava gli ideali di giustizia e libertà, che voleva creare una città sede e capitale di tutte le arti, dotata di un immenso teatro aperto atutti, in cui la musica era
la protagonista, che sognava una crociata in favore delle nazioni povere contro quelle usurpatrici.
“Ecco soli, soli contro tutti col nostro solitario coraggio” commentò amaramente D'annunzio alla fine della sua avventura di governatore-poeta. E fu proprio il Duce (e Giolitti a fare da burattinaio) a
lasciare solo ed abbandonato il Poeta. Già con la marcia di Roma, partì l'operazione d svalorizzare D'Annunzio, “i giovani invecchiano presto cantando Giovinezza”, disse ironicamente vedendo marciare Mussolini alla testa dei giovani “di anni e di spirito”.
Dunque nessuna vergona nell'urlare "eja eja eja alala" (contro l'immobilismo delle idee, il mercificatismo odierno, il servilismo da facchini ai due mostri che da due secoli opprimono l'uomo marxismo e capitalismo), perchè in quel motto, in quella provocazione, non c'è niente di
fascismo, nessuna logica dittatoriale ma solo (solo?) energia, spirito (come ne abbiamo bisogno di spirito), un soffio di vita, eccitazione alla stato puro.
“La passione in tutto. Desidero le cose più lievi, come le più grandi. Non ho mai tregua”. 
D'annunzio rappresenta l'umanesimo puro: l'uomo principale protagonista,
non altri (il denaro, la classe ecc); il Vate come formatore della dignità
dell'uomo dignità di avere ideali, di amare il bello, dipensare, di amare, di soffrire, di combattere, di piangere, di vivere!Questo era D'annuzio. 
Questo dovrebbe essere un Uomo, dominato dalle sue azioni e passioni, non dagli oppiacei, dalle droghe che da quasi un secolo civedono manichini sterili, burattini, pinocchi, pupazzi manovrati ma
ideologie marxiste o capitaliste, dalla piazza rossa o dalla borsa di wall strett. 
PRIMA L'UOMO poi il resto! QUESTA è LA DIGNITA' DELLA PERSONA CHE HO A
CUORE E IN TESTA!

Augurissimi per il blog, un abbraccio fraterno!
Paolo

“et ventis adversis” anche con i venti contrari.

domenica 3 marzo 2013

0 Processo di Norimberga

Nel 1946 si chiude il processo di Norimberga: 21 gerarchi nazisti sono giudicati da un tribunale internazionale. In quest’occasione il mondo cambiava atteggiamento nei confronti dei crimini di Stato. Ma su quale base si scelsero solo quegli imputati? Perché solo in quell’occasione si è giunti ad un verdetto certo e definitivo? Ma soprattutto, i principi sanciti in quella sede, riescono a sopravvivere anche nel XXI secolo?
Al termine del secondo conflitto mondiale, che un processo contro i crimini e la sconfitta della Germania dovesse aver luogo, non era così scontato. Churchill era più favorevole alla fucilazione entro sei ore dall’individuazione e alla cattura dei criminali in modo da evitare battibecchi politici e lunghe indagini per un processo che si prospettava complesso, senza precedenti ma soprattutto senza poggiarsi su basi legali chiare, certe e prestabilite. Il primo problema a porsi fu chi doveva essere sottoposto a giudizio. Escludendo gli imputati più importanti (Hittler, Gobbels e Himmler) dovuto al loro suicidio, la scelta protese verso Goring (uno dei più alti funzionari rimasti in vita) e altri 20 considerati rappresentativi di responsabilità di più ampia portata. Proprio da questa scelta sorge un primo dubbio sulla coerenza e sull’interesse da parte delle nazioni vincitrici di voler giudicare indistintamente gli allora criminali di guerra. Ogniuno di noi è conoscenza che al di fuori della sopra citata lista, moltissimi altri “illustri” funzionari e ingegneri tedeschi, macchiatisi anche loro di crimini di guerra, si salvarono mettendosi alle dipendenze dei governi vincitori spesso e volentieri cedendo le loro conoscenze militari. Qiundi dov’è finito il giudizio Super Partes delle nazioni vincitrici?? Il secondo problema a porsi sull’istituzione del processo di Norimberga fu su quali basi si sarebbe dovuto reggere? Bisognava definire un impianto accusatorio e soprattutto stabilire uno standard internazionale di condotta. Le imputazioni quindi si fondarono inevitabilmente su leggi retroattive e su un radicato codice morale su cui l’opinione americana si identificava. Per formulare le accuse si definiscono nuove forme di reato: pianificare guerre d’aggressione, crimini contro la pace e contro l’umanità, genocidio sono reati che non sono mai stati contemplati dalla dottrina del diritto internazionale. In quella sede vengono delineati tali criteri per consentire alla legge di coprire le fattispecie dei delitti commessi dai nazisti. Un altro problema sorge per le nazioni vincitrici e secondo dubbio sorge a noi sul loro presunto interesse di istituire un giusto processo: equiparare una guerra d’aggressione a un crimine quando la stessa Unione Sovietica nel 1939 occupò deliberatamente la Polonia e parte della Finlandia non risulta poi tanto ‘giusto’. Ciò nonostante il pubblico ministero Jackson è deciso di far passare tutte le imputazioni: gli alleati occidentali ignorano l’evidenza dei crimini sovietici e collaborano con i Russi per un’ultima volta prima della Guerra Fredda. Allo stesso modo, quando la parte accusatoria si rende conto di non poter includere i bombardamenti tedeschi tra i capi d’accusa, pena l’essere essi stessi accusati di avere bombardato intere città è ucciso civili innocenti, l’incriminazione per ‘bombardamento’ viene cassata dai capi d’imputazione. A riprova dell’allora contraddizione da parte degli alleati dei capi d’accusa, solo nel 1977, con i Protocolli Aggiuntivi alle Convenzioni di Ginevra, viene sancito che il bombardamento indiscriminato di popolazioni e infrastrutture viola la legge sul diritto bellico. L’impianto accusatorio istituito per l’occasione ha una grande influenza sul successivo sviluppo della disciplina internazionale riguardante i crimini di stato: la Convenzione di Ginevra, i Protocolli Aggiuntivi e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo scaturiscono in parte dall’esperienza di Norimberga e dal desiderio della comunità internazionale di porre un limite netto a ciò che è legalmente ammissibile nel teatro dei conflitti internazionali. Purtroppo in troppi casi successivi a Norimberga i responsabili di guerre d’aggressione o feroci guerre civili sono rimasti totalmente impuniti. E sugli stessi precursori dei nuovi diritti internazionali sorgono dubbi sui loro principi di adozione. Si è fatto gran parlare di crimini di guerra durante il conflitto in Iraq del 2003 o la stessa lotta al terrorismo messa in atto dagli Stati Uniti. L’accusa suona come una beffa quando quasi 70 anni fa sono stati proprio gli Stati Uniti e Gran Bretagna a istituire un processo su larga scala per sottoporre a giudizio l’alto comando politico e militare del Terzo Reich. In realtà negli ultimi anni i principi stabiliti dalla Convenzione di Ginevra sono già stati ripetutamente violati da parte dei Paesi occidentali nel nome della “giustizia” e non sempre applicati forse in nome di un proprio interesse personale. Purtroppo di fronte ad una condotta simile è evidente temere che gli sforzi compiuti più di 60 anni fa a Norimberga per creare solide basi per garantire pace e giustizia nel mondo possano considerarsi anacronistici e non più efficaci.

lunedì 14 gennaio 2013

0 La Torre di Terrazzo

La Torre Castello di Terrazzo

Villa FascinatoNel paese di Terrazzo, ai confini con la provincia di Padova, si trova un'antica torre inserita in un complesso difensivo di grande importanza strategica specie durante le signorie e che vide veronesi (Scaligeri) e padovani (Carraresi), contendersi questi territori in occasione di continui combattimenti.
Lo stesso nome del paese di Terrazzo deriva, con molta probabilità, dal latino "turris" documentato anche dallo stemma comunale nel quale è riprodotta una torre, proprio la stessa torre-fortezza con merlature ghibelline oggi inserita in un importante complesso di grandi dimensioni con villa, rustici, aia e barchesse racchiusi da un muro in cotto alto circa tre metri il quale protegge l'intera proprietà. La villa Nani-Mocenigo, in seguito Graziani-Pesarin, vede al centro un palazzo quattrocentesco e poco lontano la torre.
Nel corso dei secoli, nonostante alcuni interventi, l'intera struttura ha mantenuto l'originaria distribuzione volumetrica con tre stili architettonici a caratterizzarla: quello originario della torre, quello del palazzo che presenta un loggiato con volta a botte e quello più recente della barchessa, costruita con molta probabilità su di un edificio preesistente.
La torre-fortezza venne eretta nel 1200 a difesa dell'intera zona e risultò subito un baluardo difficile da superare.
Nel 1234 Ruberto de' Pii, podestà di Verona, tentò di prendere Legnago e Porto senza riuscirvi; per vendicarsi cercò di spianare il forte di Terrazzo, ma fallì per la tenacia dei difensori. Alto circa 40 metri, il forte è attorniato da una cinta muraria di 3 metri d'altezza.
La torre, maestosa, è abbellita da alcune decorazioni nella parte superiore mentre termina con merlature chiuse in un periodo successivo con un tetto in cotto.
Attualmente la torre è adibita a magazzino, ma a pian terreno è ben visibile il soffitto a botte che presenta al centro un piccolo fiore.
A dividere gli accessi a nord e a sud, sono presenti due grandi portoni in legno.
Una rampa di scale conduce al piano superiore dove è ben visibile una bella finestra a forma di loggetta.
Al primo piano si trova un grande camino con alcune scritte ancora oggi visibili: "Ostilivs de lazzaris Verbaniensis 1664" mentre più in basso troviamo un'altra scritta "Iusis: bati: Brunello fece piantare il stradon l MCLVIII il mese marzo MCLVIII".

Sulla torre medioevale aleggia anche una leggenda.
Si dice infatti che sotto terra corra un cunicolo segreto, che un tempo costituiva una comoda via di fuga in caso di attacchi esterni, in questo antro i proprietari avrebbero nascosto parte delle loro ingenti ricchezze.
Di questo cunicolo si conosce l'uscita posta a varie centinaia di metri di distanza sotto il ponte che attraversa il fiume Terrazzo nella proprietà Cucina-Ferri, ma non si conosce la botola d'accesso posta nei pressi della torre.
In passato l'imbocco, ancora oggi ben visibile, fu anche nascondiglio di partigiani e qualcuno ebbe il coraggio di percorrerla per alcune decine di metri, ma il cunicolo, interrotto da alcune frane, non risulta oggi più accessibile.
La leggenda quindi resta, come restano celate le ingenti ricchezze che vi sarebbero nascoste.

(Dal sito: www.prolocobassoveronese.it)

sabato 12 gennaio 2013

0 Tracce di battaglie preistoriche




Nogara di Verona. Nel letto del fiume Tartaro i resti
 delle guerre preistoriche



A Pila del Brancon  di Nogara il bottino di scontri sanguinosi: lance, pugnali e spade usati come trofeo di vittoria. Una scoperta archeologica che apre nuovi scenari: forse il Tartaro era il confine tra popolazioni in conflitto.

armi,626A Pila del Brancon, sul Tartaro, a due chilometri da Nogara, nel XII secolo avanti Cristo se le sono date di santa ragione durante l’età del Bronzo medio (1200 anni avanti Cristo), con lance, pugnali e spade. I vincitori depredarono i soccombenti e ne gettarono le armi in un rogo, bottino di guerra da sacrificare per celebrare la vittoria. Un rito che le popolazioni nordiche avrebbero ripetuto fin nel medioevo.


Il sacrificio delle armi, «ex voto» preistorico, è testimoniato a Pila del Brancon da un ritrovamento di cui ci parla Luciano Salzani, responsabile per il Veronese della sezione preistoria alla Soprintendenza archeologica. La scoperta è avvenuta a sud di Nogara dove, dragando il letto del Tartaro nuovo, a 100 metri dal vecchio alveo del fiume, sono state recuperate dieci spade e 50 punte di lancia dell’età del Bronzo; tutte le armi apparivano piegate, deformate, spezzate, fatto che per l’esperto documenterebbe, appunto, la loro distruzione rituale.



Il tartaro a pila di branconSpiega l’archeologo: «Distruggere e abbandonare nel mucchio le armi sottratte al nemico vinto assumeva a perenne memoria una valenza ammonitrice; i resti della pira restavano a testimonianza storica di possesso del territorio».
Singolarmente non è stata trovata invece traccia di scudi nel deposito votivo. Uno studioso austriaco, Arnoldt Yung, ha fatto il campionamento metallurgico dello straordinario bottino di guerra del Tartaro di Nogara e lo sta confrontando con quello della composizione dei metalli di altre armi di matrice greca, trovate a Salonicco; se la tipologia di quelle veronesi è italica, pare che le loro tecniche e materiali di fusione siano di probabile derivazione greco-micenea. Quando si dice la circolazione delle idee nella preistoria.

Spiega Salzani: «C’è l’ipotesi che la nota necropoli di armati di un abitato a Olmo di Nogara, allora a contatto con un passaggio-guado sul Tartaro e solo un chilometro più a sud di questo ritrovamento, sia la testimonianza indiretta di una battaglia». Continua l’archeologo: «È da ritenersi che nel 1200 avanti Cristo il Tartaro rappresentasse una specie di confine territoriale. Tant’è che nel 1876 una necropoli è stata trovata a Povegliano (con spade), poi ci sono state le scoperte a Olmo di Nogara e ora a Pila del Brancon. Il fiume», conclude lo studioso, «può ragionevolmente essere ipotizzato come una separazione geografica fra popolazioni diverse e in conflitto tra loro. È un tema affascinante, tutto da approfondire, mentre altre ricerche sono in progetto lungo tutta l’asta del corso d’acqua».

da "L’Arena di Verona" di Lunedì 04 febbraio 2008, Provincia pag. 19

0 Carpenea: La misteriosa città scomparsa.

La   città scomparsa  di Carpenea

bosco di carpaneaUna grande città, circondata da sette ordini di mura merlate e difesa da cento torri altissime, tutta premuta dalle acque disordinate che i fiumi non ancora arginati riversavano intorno, sorgeva sopra una bassa ed appiattita collina. Maestosa ed opulenta la metropoli viveva indipendentemente, commerciando coi popoli vicini.

Fu tramandato che l’ultimo re di tale città, avendo oltraggiato il dio Appo, venne detronizzato dai sacerdoti e costretto a vivere in una bassa cantina, in solitaria prigionia. Il dio Appo rappresentava l’onda incatenata a ricordo della titanica opera degli uomini i quali, costruito un grande bacino, erano riusciti a raccogliere le acque sovrabbondanti dei fiumi che, senza argini e impetuose, minacciavano di sgretolare la collina sulla quale sorgeva la città. Il tempio del dio era vastissimo e sontuoso; colà il re, ogni mattino portava cibi e bevande. Il popolo faceva ala ed uscito il sovrano deponeva anch’esso splendidi doni ai piedi della divinità. Accortosi il re che i sacerdoti in questo modo sarebbero divenuti più ricchi e potenti di lui, un mattino non andò al tempio; ed anche il popolo non portò i consueti doni. I sacerdoti, comprendendo che questo atto significava la loro fine, promossero abilmente una sommossa, riuscendo ad arrestare il re, primo artefice dell’oltraggio. Ma nella prigione solitaria il sovrano meditò la propria vendetta; ed una notte che i guardiani s’erano addormentati, col favore delle tenebre fuggì, penetrò nella città e quindi nel tempio. Rapì il dio e corse verso il lago. I sacerdoti, accortisi subito del furto, diedero l’allarme ed eccitarono la folla che diede la caccia al sovrano. Vistosi perduto il re, che col rapimento del dio Appo pretendeva di arrogarsi il diritto di vincere la partita contro i suoi nemici, scagliò il simulacro nel lago. Approfittando quindi del panico generale per l’orrendo sacrilegio, riparò nel bosco che si stendeva sulla stessa collina a fianco della città di Carpania. Ma una parte della folla esasperata, vista l’immagine del nume scomparire fra le onde, si gettò nell’acqua con l’intento di recuperare la statua, affogando miseramente; I restanti si precipitarono alle dighe per aprirle e prosciugare il lago. Ed il grande bacino fu d’un tratto come un mare in tempesta. Le grida disperate dei morenti furono ben presto sopraffatte dal rumore crescente delle acque tumultuanti che precipitarono dalle aperture praticate dalla folla. Il re intanto si era rifugiato sul colle deserto, sulla sommità del quale sorgeva il tempio e, vedendo lo scempio del suo popolo, per il dolore impazzì; afferrò la corda dell’unica campana del tempio e suonò alcuni lugubri disperati rintocchi, mentre la collina, rosa dall’impeto delle acque, ondeggiò paurosamente e sprofondò nei gorghi. 



(tratto da R. Colombini, Leggende popolari veronesi, in Quaderni di Vita Veronese, 1949). 



La formazione boscosa alle origine del paese di Tarmassia di Verona

Il bosco di Carpanea
Il Bosco della Carpenea (o Carpanea) si estendeva, fino al ’600, su tutto il dosso di Campolongo; dai disegni dell’epoca risulta essere stato di proprietà dei Conti Giusti, quelli del Giardino di Verona. 
A proposito di Carpanea, proponiamo un’ampia e articolata digressione sul tema.



1. Carpanea: dalla leggenda alla storia.
Verso la media età del Bronzo (XV-XIV secolo a. C.), si ha un infittirsi di insediamenti, posti molto spesso in aree vallive, presso il corso del Tartaro o di altri fiumi minori. 
L’età del Bronzo recente (XIII secolo a.C.) è caratterizzata dall’abbandono di buona parte di questi piccoli villaggi perifluviali o perilacustri e dal sorgere di ampli insediamenti sulla sommità dei dossi di pianura. Molto spesso questi insediamenti erano delimitati da argini. 
Il caso più noto, è quello di Castello del Tartaro, situato nella parte più meridionale del territorio di Cerea. Si tratta di un abitato che occupa circa 14 ettari ed era uno dei più estesi di tutta la pianura padana. Il terrapieno perimetrale conservava un’altezza di oltre due metri e mezzo ancora negli anni venti di questo secolo; poi i lavori agricoli l’hanno quasi completamente spianato e livellato. L’imponenza di questo manufatto è già segnalata in documenti di epoca medievale e in alcune mappe del ’500, ed ha acceso la fantasia popolare che lo identificava con la mitica città di Carpanea o lo definiva “la pista delle valli”. Chiaramente un’opera di questo tipo ha chiesto l’impegno e il lavoro di grandi comunità, ben organizzate, per un lungo periodo di tempo. 
L’abitato è ancora praticamente inesplorato. Sono stati fatti solo alcuni sondaggi dai quali risulta che il villaggio in una fase più antica era privo di argini e solo in un secondo momento fu delimitato dal terrapieno. I materiali recuperati permettono di datare la durata dell’abitato di Castello del Tartaro dalla media età del Bronzo a tutta l’età del Bronzo recente. Tra i frammenti ceramici vi è una grande varietà di anse lunate e di tipi di vassoi che dimostrano affinità con la “facies subappenninica” e che probabilmente indicano influssi dall’area peninsulare adriatica. Esternamente all’argine dell’abitato è stata scoperta la necropoli, che è ancora in corso di scavo. La necropoli è a rito misto con tombe ad incinerazione frammiste a tombe ad inumazione. 




2. Carpanea e il mito delle città sepolte. 

Raffaele da Verona, alla fine del Trecento, scriveva che a metà strada tra Verona e Ferrara esisteva un’area boscosa, denominata Carpanea, che rivelava per numerosi indizi essere stata precedentemente occupata da una città. Successivamente fu trasferito a questa ipotetica città il nome stesso di Carpanea, che era quello dell’area boscosa che l’aveva sepolta: Silva Carpeneda. Il suo racconto sfruttava le fitte presenze archeologiche di un’area quasi spopolata, per farne il sito di una antica città travolta da catastrofici eventi naturali, rimase vivo e latente a livello di tradizione orale fino alla metà dell’Ottocento quando venne recuperato, consegnandolo ad una citazione scritta, da un poeta e patriota di Cerea, Alessandro Bazzani.



3. L’area geografica.
Il rettangolo entro cui si estendeva Carpanea fu identificato in prossimità del fiume Tartaro, con gli angoli corrispondenti a quattro porte, nelle località di Casaleone, Bastione S. Michele, Castagnaro e S.Pietro, rivolti verso le provincie di Rovigo-Ferrara-Mantova e Verona- Padova. L’estesa pianura, posta tra i due maggiori fiumi d’Italia, Adige e Po, tra le provincie di Mantova, Rovigo e Verona, è attraversata da occidente a oriente da un corso d’acqua, denominato Fissero Tartaro Canalbianco, che ha origine dai laghi di Mantova e confluisce nel mare Adriatico. Tale corso d’acqua è stato nel passato progressivamente adattato dall’uomo, fino ad assumere oggi la triplice funzione: scolante, irrigua e idrovia. Il suo affluente più caratteristico è il fiume Tartaro* originato da numerose fonti sorgive. 

(*) Fiume Tartaro è il nome dato ad un fiume che scorre talvolta sotterraneo, oscuro e tenebroso per la gran quantità di erbe che ingombrava il suo letto in mezzo al bosco e alle paludi. Attraversa il territorio Veronese in modo pigro e flessuoso e il suo percorso, di circa 81 km, si divideva in tre tronchi: Tartaro Superiore, Tartaro Intermedio, Tartaro Inferiore. Tartaro è anche la leggendaria località sotterranea della mitologia greca ove furono incatenati i Ciclopi e i Titani. Significò in seguito il regno dei morti, l’inferno, l’Ade, cioè tutto il mondo sotterraneo e la palude dello Stige, dove il nocchiero Caronte, su una barca di corteccia d’albero, traghettava le anime dei morti da una riva, quella della vita, all’altra, quella della morte. 



Fonti bibliografiche:

”Cerea: storia di una comunità attraverso i secoli“, Di Luciano Salzani, pag. 25 e seg, edito dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Cerea. 


Momenti di vita e di cultura popolare nella Bassa Veronese“, di Da Lanfranco Franzoni, pagg. 71 e seg., edito dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Cerea. 


Il bosco del Tartaro“, Edit. Consorzio di Bonifica Valli Grandi. 



4. La leggenda del bosco di Carpenea
Un Contadino, un tipo serio e di poche parole, narrava che un giorno un suo compagno, spintosi nel Bosco della Carpenea, aveva trovato una Pietra sulla quale erano scolpiti diversi segni e che, posando quella Pietra sulla fonte di un ammalato, questi si sfebbrava subito. I segni convenzionali erano un Bosco nel quale stavano un Uomo ed una Donna, la Donna, con la lanterna ancora stretta nelle mani, dormiva, mentre l’Uomo cercava di affogare nell’acqua di una fossa un Gatto, che stringeva fra i denti un uccellino. 


Interpretando a suo modo il disegno, il Contadino diceva – e ne aveva fatto esperienza – che per ottenere fedeltà da una donna, bastava in una notte calma di Plenilunio, condurla nel Bosco e attraversare la Valle. Bisognava portare con sé un gatto nero ed una gabbia con un canarino. Alla Donna si doveva affidare la lanterna e quando, stanca per il lungo cammino, si fosse addormentata ai piedi di un grande Carpino, si doveva estrarre dalla gabbia il Canarino e darlo in pasto al Gatto. Nel momento che questo provava l’ebbrezza del cibo occorreva afferrarlo ed affogarlo nell’acqua putrida della Fossa. 


La morale, sempre del contadino, concludeva: 
“Nella Rapacità e nella Gioia del Piacere c’è la Morte, sempre la morte di qualche cosa, il Gatto non soffre mentre lo si affoga, perché è tutto compreso nell’appagare il Capriccio e l’Istinto, la Donna che dorme, nel sub-cosciente percepisce tutto questo e, inconsapevolmente, plasma la propria Anima di un velo di Verecondia e di Timore”.

5. Carpanea.
“Qua gh’era la cità de Carpanea, ch’el taramoto se l’à sprofondà “; cossì me poro Barba el me disea, passando via in careto par de là. Carpanea, Carpanea, ghe sito stà? O gera i veci, po’, che i s’iludea?… Sfoio le storie e lore no’ gh’in sa, gnanca me Barba, proprio, lo savea. Ma co’ se ara in vale a tiro oto opur co’ la ” Pavesi ” meio ancora, la gumera te svoltola par soto. Siabole vece e travi carola’ e statue rote la te pesca fora. No’ gè questi i segnai de la cità? Co’ torno da in Lodeta, verso sera, toco la Roma che me porta via la vale, a poco, a poco, se fa nera e qua se sveia la me fantasia… Carpanea, Carpanea! soto a ‘sta tera, longo el Misserio e la Lodeta mia, te dormi, o gran cità, la pace vera e mi me sento ‘na malinconia. Carpanea, Carpanea, cita Romana, ‘desso el to’ camposanto el pare on orto, cresse i racolti come ‘na fumana. Dormì fradei Romani i vostri soni,che ‘sto sangue latin no’ ve fa torto: pronto al varsoro e al’erta coi canoni!”.

(Poesia dialettale di A. Poli  dal tratto dal libro di poesie “Legnago, 1949“)

La “storia di Menà” è tratta da un opuscolo distribuito dal Credito Cooperativo del Basso Veronese all’inizio degli anni ’70, che ne detiene i diritti d’ autore.
(omissis) 


Le tombe venivano costruite presso le abitazioni, sui dossi oppure lungo le vie di grande traffico. E le numero se tombe ritrovate nelle valli stanno a testimoniare che attraverso il territorio di Menà passava una « Grande Strada » Romana. Questa Grande Strada serviva per colle gare il Nord (Verona, il Trentino, il Tirolo e gli Allernanni (abitanti della Germania o Allemannia) con l’Emilia e con Roma.
L’importanza di tale strada è stata sostenuta, con argomentazioni, diremmo, quasi scientifiche e storiche, dal prof. Giuseppe Fiocco. Tanto è vero che anche tuttora è riconosciuta l’importanza di questa zona ed è già in via di progettazione e di costruzione una nuova, moderna « Superstrada » che attraverserà tutte le valli in linea retta e ricalcherà il tracciato dell’antica, grande Strada Romana.
Il prof. Fiocco afferma pure che i Romani, dovendosi ritirare di fronte ai barbari invasori, fecero allagare queste zone e anche la Grande Strada fu sommersa dall’acqua e dal fango. In questo modo i Romani speravano di osta colare e ritardare l’avanzata dei barbari; infatti essi erano espertissimi nell’arte idraulica e costruirono numerosi canali e scoli che fecero straripare davanti all’avanzata delle orde barbariche. Perciò tutta la zona di Menà andò sommersa e cominciò allora per essa un periodo storico molto oscuro. Secondo la leggenda si dice che in queste zone esi stesse appunto, all’epoca romana, una città di nome Carpanea. La storia non dice niente di preciso a questo 
proposito. Comunque, quello che è certo è che all’epoca dei Romani Menà era un centro molto popoloso e progredito, situato appunto su una via di grande e intenso traffico. (A conferma dell’esistenza della città di Carpanea esiste tuttora una strada che attraversa le valli ed è detta appunto Carpania).
(omissis)


Fonte: http://www.tarmassia.it/

0 Il Castello di Illasi

L’identità di Illasi è indissolubilmente legata al suo castello, dal momento che le sue strutture sono rimaste inalterate nel corso dei secoli.

Dei numerosi castelli che dal X secolo furono eretti a presidio delle valli orientali veronesi, quasi nessuno è arrivato ad oggi.

Il castello di Illasi, quindi, è un esempio unico, non solo nella parte orientale, ma in generale nell’intera fascia collinare veronese.

Secondo gli studiosi è lecito ritenere che il castello di Illasi abbia vissuto vicende analoghe a quelle di altri castelli del territorio veronese: dapprima come centro di una signoria vescovile, poi come fortificazione entrata nella sfera di potere del Comune di Verona, poi come fortificazione controllata dal governo signorile scaligero e visconteo, e infine dal governo veneziano.

Il Castello, di proprietà della famiglia Sagramoso-Pompei, non è aperto alle visite anche se la rocca è ben visibile dall’esterno, salendo dalla collina.

Il Castello oggi è abbandonato, ma dai lavori effettuati dagli esperti emergono stranezze e misteri; come la presenza di uno scalone quasi signorile, realizzato sulla scarpa della parete sud, una presenza strana o quantomeno curiosa visto che ci troviamo di fronte ad una struttura costruita a scopo difensivo piuttosto che con intenzioni artistiche.

Ma di curiosità e di aspetti particolari il castello continua a metterne in luce, come la scoperta di tutta l’area sotterranea rimasta intatta con i suoi saloni e i suoi cunicoli ancora da esplorare.

La murata viva di Illasi


castello di illasiAgli inizi dell'Ottocento, nel corso di alcuni lavori di restauro nel castello di Illasi, fu scoperto lo scheletro di una giovane donna, ancora in catene.
Per tutti si trattò della rivelazione dell'epilogo della storia del conte Girolamo II Pompei e della sua sposa Ginevra, il cui fantasma vaga da sempre senza pace nel castello: le ossa minute, il piccolo teschio e le catene, raccontavano del terrore e della sofferenza patiti dalla donna in attesa della morte.
Il matrimonio tra Girolamo e Ginevra Serego degli Alighieri, discendente diretta di Dante, era avvenuto nel 1591.
Dal momento che il conte era uomo più uso alle armi che non ai salotti, la giovane sposa rimaneva troppo spesso sola: se ne accorse il podestà di Verona, Virginio Orsini, che fece breccia nel cuore della donna dando vita a una passione travolgente.
Malgrado la complicità del servitore di lei, la tresca fu scoperta.
Costretta a confessare, Ginevra consegnò al marito la spada, perché la trafiggesse per la sua infedeltà. A rimetterci la vita fu invece il servitore, ucciso a pugnalate dal conte.

Ne nacque un processo scomodo, che la Serenissima insabbiò ben presto: d'altronde, Virginio Orsini era fuggito a Roma e qui, catturato dalle truppe pontificie, era stato decapitato.
Tutto consigliava dunque il silenzio. Invece, tre anni dopo, Ginevra scomparve improvvisamente. Subito nei dintorni si iniziò a sussurrare come fosse stata murata viva in una segreta del castello.
Le illazioni rimasero tali per secoli, fino alla scoperta dei poveri resti dietro la parete: vennero raccolte ossa e catene in un'urna di vetro e poste in una camera buia di Palazzo Pompei nel 1615.
Poi, il colpo di scena: studi successivi hanno stabilito che quelle ossa non possono appartenere a Ginevra, ma a qualche altra infelice vissuta in epoca più recente.
Chi era l'altra castellana condannata a una fine così tragica? Che ne è stato di Ginevra degli Alighieri?

0 Verona: i misteri della nascita di una città.

Interessante video sulla fondazione della città Scaligera.
Il video parla di Verona e dei suoi allineamenti verso il solstizio d'estate all'insegna di luoghi sacri e legati alle acque sotterranee. La città scaligera rappresenta come moltissime altre la Stonehenge del mediterraneo. Nel solstizio d'estate il sole si alza e i suoi raggi sono allineati sul cardo e su tutte le linee ortogonali del cardo
 Ecco il video: Il Mistero della nascita di Verona
 

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